Italia
«Far ridere è una fatica vera» Gene, il comico che scrive
Gnocchi racconta il suo passato da avvocato e il nuovo libro “Il gusto Puffo” «Quello che mi piace di più è rappresentare la realtà in maniera strampalata»
Simona Peselli
«Salire su un palco e cercare di far ridere è talmente faticoso che uno non immagina». Parola di Gene Gnocchi, a Montecatini Terme dove alla rassegna “Acqua in bocca (ma non troppo)” ha presentato il suo nuovo libro “Il gusto Puffo. Racconti di personaggi pieni di incongruenze, ispirazioni a sproposito e idiosincrasie” edito da Solferino.
Gene Gnocchi è uomo di risate e comicità, ma alle spalle ha un passato da avvocato di paese. A 32 anni attacca al chiodo la toga per diventare un comico di professione. E ora questo Gusto Puffo: che cosa è?
«L’inventore del gusto puffo quando è morto si è portato nella tomba il segreto della ricetta. Se era vero che il gusto puffo nelle gelaterie non c’era ormai quasi più era altrettanto vero che i puffi e il gusto puffo sarebbero tornati di moda per quella abitudine ciclica della storia a ricorrere implacabilmente uguale. Il gusto puffo è il frutto di un disegno più grande, mi chiedo spesso se ha avuto più fortuna il gusto puffo oppure i puffi stessi».
La pandemia: sono stati due anni tremendi?
«Certamente si, ma una cosa positiva l’ha fatta. Ha impedito l’arrivo in Italia dei cantanti spagnoli e latinoamericani con i loro tormentoni estivi, con tutti quegli te quiero màs, amor mio, despacito e besame mucho. Infatti Greta Thunberg, che conosco bene perché sono io che le faccio le trecce, ha paura non per il riscaldamento globale, ma perché con il cambiamento climatico avremmo i cantanti spagnoli tutto l’anno».
Come è difficile fare la satira oggi, quando i personaggi importanti e di riferimento mancano e non ci sono più delle figure di un certo rilievo da prendere in giro?
«In realtà è difficile e non tanto per questo, le figure sono continuamente in video e presenti e quindi gioco forza diventano delle macchiette e loro stessi dei personaggi. Ricalcare queste figure diventa troppo complicato. Ho fatto delle imitazioni di Toninelli. Ma Toninelli dopo cinque volte che lo hai visto in televisione nello stesso giorno è molto più comico di qualunque tipo di imitazione. È vero che non esistono più, ma ce ne sono troppe irrilevanti che diventano macchiette e caricature».
Quando si è reso conto di questo processo?
«È stato guardando Ignazio La Russa. Ho provato a seguire i programmi e alla mattina l’ho visto ad Agorà, verso mezzogiorno su un’altra rete. Nello stesso giorno ha fatto sette apparizioni. Alla sera era sul Tg3. E ha sempre ripetuto le stesse cose. Poi lo ha imitato subito anche Fiorello».
Qual’è il comico che la fa più ridere?
«Una volta avrei risposto, ma dal momento che nessun comico parla mai di me, anch’io mi adeguo».
Quando si è reso conto che poteva fare il comico?
«Quando giocavo a calcio ho sempre fatto il coglione nelle squadre dove andavo. Ero molto ben voluto dai compagni, facevo spogliatoio. Indimenticabili le mie burle in campo Poi invece farlo diventare una professione è più complicato, devi avere strumenti adatti. Ho avuto la fortuna che avevo una vena mia che mi piaceva: di rappresentare la realtà in maniera strampalata. Ho fatto un provino nel locale di riferimento per la comicità che si chiamava Zelig, nel 1988, e andò bene. Portai la storia di uno che diventa torero facendo il corso della scuola radioelettra di Torino e gli arrivano le bandierine, ma non il toro e lui infilza la nonna».
La sua prima professione è stata fare l’avvocato. Che ricordi ha di quegli anni?
«Mi sono laureato nel 1979 e contemporaneamente giocavo anche a calcio, ero abbastanza bravo. Ho fatto un paio di penali e poi per lo più civile. Mi ricordo due casi che sicuramente mi hanno spinto a fare questa professione. Un cliente che faceva il turno di notte e quando alla mattina tornava a casa non riusciva a dormire, infatti abitava vicino alla stazione e veniva continuamente disturbato dal volume dell’altoparlante. Prima telefonò per chiedere di abbassarlo, ma nessuno lo considerò anzi gli dissero che era pazzo, quindi lui in pigiama andò in stazione ad infamare il capostazione che fra l’altro era un pubblico ufficiale e fu denunciato per oltraggio. L’ho difeso e lui ha preso cinque mesi e dieci giorni, però la non menzione sul casellario giudiziario. Poi una signora che al cimitero impegnata a mettere i fiori nel loculo del marito che aveva raggiunto salendo sulla grossa scala di ferro, siccome era semovente e non fissa era scivolata lasciandola appesa al vaso e poi lei era caduta rompendosi il femore».
Che sta facendo in questo periodo oltre scrivere libri?
«Apparizioni in tivù, ma soprattutto ho un nuovo spettacolo teatrale che ha debuttato a Faenza per il personale medico e paramedico che sta combattendo il Covid che si intitola “Se non ci pensa Dio ci penso io” e io chiedo a Dio il perché di certe cose che non mi vanno e cerco di rintracciarlo. Siccome Dio pare che sia una frequenza quantistica, io assoldo un tecnico che mi faccia parlare con lui».
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