Gioco
Massini, narratore delle storie che incantano «La cultura è vita, con lei si mangia eccome»
Lo scrittore supporta Viareggio per la candidatura a Capitale 2024: «Leggere non è solo svago. È utile e vi spiego perché»
Maria Cristina Bulgheri
viareggio. Uomo di parola e animale da palcoscenico. Scrittore scenico, drammaturgo (cresciuto al fianco di Luca Ronconi al Piccolo di Milano), ma anche interprete. Meglio: narratore di storie. Così si definisce Stefano Massini. Un affabulatore, perché «le storie – sostiene – arrivano più di mille ragionamenti e di altrettante spiegazioni». In quella Viareggio dove collabora nel segno di Giacomo Puccini, Massini ha vestito ieri mattina – insieme ad altri illustri testimonial – i panni del “supporter” per la candidatura della città a Capitale della cultura 2024.
Che cosa è la cultura per lei?
«Non è compiacimento. Non è quanti libri hai letto, quanti film hai visto. Quanto sai o pensi di sapere. Questo è compiacimento, è ostentazione. Per me la cultura è porsi domande per capire il contesto in cui viviamo, il mondo che ci sta intorno. È una finestra aperta, che lascia entrare il fuori, che accoglie, che non ha paura».
Quindi una città che si candida a diventare Capitale della cultura è una città con le finestre aperte.
«Sì è una città che lascia entrare la luce del sole, che fa circolare l’aria e con l’aria le idee. È libertà, respiro. Chi tiene le finestre chiuse è colui che ha paura a confrontarsi con il mondo. La cultura è stare dentro alle cose, essere testimoni di quello che succede intorno e non restare spettatori silenti. La vita è là dove c’è ricambio: non in uno stagno, ma nel mare. Non solo, la cultura è utile. Andare al cinema, leggere un libro, vedere un film non è svago. Come sosteneva Hanna Arendt: il mondo moderno cerca lo svago, ma la cultura è qualcosa di utile».
Che cosa risponde a chi obietta che con la cultura non si mangia?
«Che non è assolutamente vero: con la cultura si mangia anche il doppio, perché crea un meccanismo di indotto spesso insospettabile e soprattutto apre le menti, genera progresso».
Lei è uno scrittore prestato alla tv. E anche la televisione, come mezzo culturale di massa, dovrebbe aprire le menti. Eppure a volte le immagini che arrivano somigliano più a match sportivi.
«È il meccanismo della commedia dell’arte, quando Arlecchino e Pantalone litigano, lo spettacolo si fa divertente e il pubblico ride, che tradotto in termini televisivi, diventa audience, ascolti. E forse non è poi neanche così difficile immaginare, come ci ha insegnato The Truman show, che sia tutto calcolato. Quello che dovremmo chiederci davvero è a chi giova tutto ciò».
Lei in questa tv però si è ritagliato un posto tutto suo e si può dire che le abbia giovato in termini di notorietà.
«Quando Corrado Formigli, che non finirò mai di ringraziare, mi propose di partecipare alla sua trasmissione Piazza pulita su La7, raccontando a ogni puntata una storia, ebbi una reazione di sorpresa, nonché di titubanza. Dovevo fare cinque puntate, a oggi siamo a centotrenta, con grande seguito di pubblico che, non lo nego, oggi mi riconosce proprio perché sono stato in televisione. Ciò che però ho molto chiaro è che in questa avventura non mi sono forzato di essere qualcosa di diverso da quello che sono, ossia un narratore di storie. Quello che ho imparato è che la tv è uno strumento strano, dove però è importante restare se stessi, fare quello che ti corrisponde. Io ho sempre creduto nella fascinazione e nell’incanto del racconto e questo propongo».
La notorietà ha modificato in qualche modo l’approccio al suo lavoro? Ha condizionato i contenuti o la forma della sua scrittura, dei suoi spettacoli?
«Dall’interno non ti rendi conto bene che cosa succede, finché un giorno capisci di essere diventato famoso, che il tuo ruolo è cambiato agli occhi degli altri. Quello che conta credo però sia capire quale sia l’obiettivo che uno si pone. Vado in tv per continuare a stare in televisione? No, non è il mio caso. Le mie partecipazioni sono finalizzate ad incontrare più gente quando vado a teatro. E questo perché io ho un bisogno viscerale del rapporto diretto con le persone».
La tv dunque come veicolo per intercettare il pubblico e dirigerlo a varcare la soglia del teatro.
«Esatto. Nei tempi del lockdown quando registravamo le puntate non c’era pubblico nello studio, dovevi immaginarti migliaia di persone dietro quell’occhio e per me, che sono un uomo di teatro, è stato difficilissimo. Poi però, tante di quelle facce che non vedevo me le sono ritrovate in fila fuori dal Piccolo di Milano, tanto che abbiamo dovuto aggiungere repliche».
Lei è un cultore delle parole, quanto è importante, in un mondo social, avere la consapevolezza di ciò che si pronuncia?
«È fondamentale: in un’epoca nella quale i social continuano a dare l’illusione che tutti abbiamo il diritto di parlare, solo in pochi si ricordano del dovere di ascoltare. Ecco, la cultura è proprio questo: l’equilibrio tra il diritto di parola e il dovere di ascoltare. E aggiungo: il silenzio spesso è preferibile alle parole. Molte volte tacere non è una vigliaccheria, ma una scelta di forza».
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