Il Tirreno

firenze: villa bardini 

La scintillante Art Nouveau nelle opere di Galileo Chini

Gabriele Rizza
La scintillante Art Nouveau nelle opere di Galileo Chini

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Gabriele Rizza

Villa Bardini riapre i suoi spazi espositivi. E lo fa con una mostra significativa quanto visivamente entusiasmante. Promosso dalla Fondazione Cr Firenze, a cura di Fabio Benzi, da oggi fino al 25 aprile si snoda un itinerario che vede al centro Galileo Chini, alla luce e a confronto con quelle che erano le strade e le suggestioni aperte dal simbolismo in Europa.

Figura di spicco nel panorama italiano e internazionale dell’Art Nouveau, Galileo Chini (1873-1956) fu pittore, ceramista, scenografo e grafico, un artista che seppe coniugare come pochi genialità, creatività e produttività, mettendo insieme arte e artigianato, rinnovando la tradizione toscana della bottega rinascimentale dove trasferì le istanze e le proiezioni “rivoluzionarie” del nascente 20° secolo. La mostra di Villa Bardini, come l’eccellente catalogo edito da Maschietto, prende in esame il primo ventennio artistico di Galileo Chini, quello che dal 1895 arriva alle soglie del primo conflitto mondiale. Sono anni improntati dalla appassionata adesione al clima simbolista viaggiante per il Vecchio Continente, nonché segnati dalle istanze di un modernismo sfuggito agli ideali di rinnovamento (non solo in campo artistico) e inconsapevolmente in marcia verso la catastrofe della Grande Guerra, che lo videro protagonista delle più importanti esposizioni internazionali, da Parigi a Bruxelles, da San Pietroburgo a St. Louis.

I duecento pezzi in mostra, fra dipinti, disegni, illustrazioni, affiche, bozzetti, ceramiche, evidenziano e certificano i legami, le parentele, i parallelismi fra Chini e il coevo contesto europeo nel quale seppe calarsi con entusiasmo da apprendista ma anche con piena consapevolezza di artista. Un percorso, denso e affascinante, che inquadra, in una pluralità di linguaggi, le esperienze dell’Art Nouveau (da noi più nota come Liberty) fra simbolismo, orientalismo, divisionismo, secessione viennese, dove spiccano alcuni straordinari capolavori, a torto ritenuti minori, come i superbi vasi “preraffaelliti” di inizio Novecento, da annoverarsi tra le massime espressioni della ceramica europea di quel periodo. E se i dipinti del primo decennio del nuovo secolo sono marcati dalla conoscenza diretta e dal dialogo estetico avviato coi “valori e i colori” del simbolismo, fu il viaggio in Siam (l’odierna Thailandia) compiuto fra il 1911 e il 1913 a spostare la sua attenzione verso un nuovo sentimento della natura. Alla Biennale di Venezia del 1907 il sovrano siamese ebbe modo di ammirare, e apprezzare, l’allestimento di Chini della “Sala del Sogno” (condivisa con Plinio Nomellini) tanto da affidargli la decorazione del nuovo Palazzo del Trono a Bangkok. E fu proprio l’incontro diretto con il mondo e la cultura orientali che gli fruttò l’invito di Giacomo Puccini a disegnare le scenografie della sua “Turandot”. In questo fruttuoso gioco di scambi e intermittenze, la mostra fiorentina dispiega un significativo orizzonte, intrecciando il cammino di Chini con quello di colleghi, soprattutto stranieri, da Auguste Rodin, a Gustav Klimt, Max Klinger, Giovanni Segantini, Odilon Redon, Félix Vallotton, Pierre Bonnard.

La mostra resta aperta dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18.© RIPRODUZIONE RISERVATA

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