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In viaggio nei secoli con Faust il passaggio da leggenda a mito

Fabio Canessa

In libreria l’antologia di Paolo Scarpi. Dalla storia scritta dall’imperatrice Eudocia ad Al Pacino 

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Fabio Canessa

Johann Faust è storicamente esistito, laureato a Heidelberg nel 1509, era noto come un tipo strano, avvolto dal mistero. Melantone, umanista che collaborò alla riforma di Lutero, lo incontrò a Wittenberg nel 1530 e lo descrisse come un tizio che «girovagava da un luogo all’altro e parlava di molte cose misteriose», un «turpissimo sbandato dalla vita del tutto corrotta» che «più volte fu quasi ucciso a causa delle sue libidini». Portava sempre con sé un cane nero, che era il diavolo. Così nasce la leggenda di Faust, che tocca l’apice a Venezia, dove, dopo aver annunciato alla folla che avrebbe volato, fu sollevato in cielo dal diavolo e poi sbattuto violentemente per terra, rimanendo incolume. Morì invece a casa di un amico, una mattina che Faust fu trovato «con la testa girata all’indietro, ucciso in questo modo dal diavolo».

Ora lo storico delle religioni Paolo Scarpi racconta le varie tappe del passaggio dalla leggenda al mito di Faust in un ricco volume che antologizza i momenti salienti di questo percorso e ne sintetizza le fonti e gli epigoni (oggi diremmo i prequel e i sequel). Si parte dalla “Storia di San Cipriano e di Santa Giustina” scritta dall’imperatrice Eudocia nel ’400, con il mago Cipriano che evoca il diavolo per possedere la vergine cristiana che, invocando Cristo e facendosi il segno della croce, mette in fuga il mostruoso demone e provoca la conversione di Cipriano, destinato a diventare santo e martire. Il fulcro del mito faustiano è il patto col diavolo, che il dottore stipula per appagare la sete di sapere. È proprio la tensione verso la conoscenza che spinge Faust verso il demonio, come racconta la “Storia del dottor Johann Faust”, stampata da Johann Spies nel 1587 senza il nome dell’autore per convincere i lettori ad accontentarsi di rimanere nei limiti del sapere che Dio ha concesso agli uomini: quello del mago Faust è «un esempio orribile non solo della crudeltà del diavolo nei confronti del genere umano ma anche una dimostrazione di dove può condurre la curiosità e l’arroganza degli uomini». Ed è sempre quest’ansia di conoscenza che lo innalza dalla leggenda al mito, nel dramma di Christopher Marlowe “La tragica storia del dottor Faust”, scritto alla fine del Cinquecento e consacrato come un classico del teatro elisabettiano.

Nata in un contesto luterano, la leggenda di Faust avrà una versione controriformista nel 1637 con “Il mago prodigioso”, capolavoro dello spagnolo Calderón de la Barca, impegnato a difendere il concetto cattolico del libero arbitrio. Nel Settecento, l’Illuminismo sottrae questo mito alla religione: il Faust di Lessing non ha niente di diabolico, sa giustificarsi di fronte a Dio in nome della razionalità e finisce col salvare la propria anima. Ma è agli inizi dell’Ottocento, grazie a Wolfgang Goethe, che Faust raggiungerà il vertice dell’arte e della sua diffusione: l’emblema dell’uomo assetato di conoscenza, il quale, «benché al centro di un gioco, una scommessa tra Dio e il demonio, resta padrone delle sue scelte, sapendo quale è la via che conduce al bene». Rovesciando la matrice protestante, Goethe fa di Margherita, nome della mamma di Lutero, la bella fanciulla che salverà Faust.

C’è ancora spazio per il poema danzato composto da Heinrich Heine nel 1851 e per la fiaba drammatica di Paul Valéry “Il mio Faust: il Solitario o le maledizioni dell’universo”, pubblicata nel 1946. Ma non finisce qui: dopo i romanzi di Thomas Mann e Michail Bulgakov, Faust si reincarna al cinema dai film muti di Méliès e Murnau fino a “L’avvocato del diavolo” con Al Pacino, vince la Mostra di Venezia del 2011 con la regia di Aleksandr Sokurov e finisce sul manga “Neo Faust” del giapponese Osamu Tezuka.

L’immortalità del suo mito lo conferma: deve aver fatto davvero un patto col diavolo.

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