Il Tirreno

la polemica sul linguaggio 

«L’Europa non ci ha rubato il Natale ma bisogna adeguarci alle diversità»

Matteo Scardigli
«L’Europa non ci ha rubato il Natale ma bisogna adeguarci alle diversità»

Elisa Piras (Sant’Anna) spiega: non si può liquidare la faccenda con un “meme”. La questione è molto più seria

4 MINUTI DI LETTURA





A febbraio fu la Coca Cola a suggerire ai propri dipendenti di essere “less white”, cioè «meno bianchi». Il colosso multinazionale subì un ritorno di fiamma a causa di alcune diapositive mostrate come parte della formazione sulla diversità in azienda, e corse ai ripari. Questa volta è toccato alla Commissione Europea, costretta a ritirare in fretta e furia la pubblicazione #UnionOfEquality, un testo in inglese a uso interno contenente linee guida per la comunicazione inclusiva: 32 pagine in tutto fra copertina, prefazione, colophon (il breve testo con le informazioni sulla pubblicazione) e tante foto, in cui la commissaria per l’uguaglianza Helena Dalli invita i lavoratori (e le lavoratrici, per carità) a conversare con i colleghi (e le colleghe) tenendo in considerazione tematiche di genere, Lgbtq+i, retroterra etnico e culturale, credenze e stili di vita, età ed eventuali disabilità dei propri interlocutori. Solo che questa volta c’è andato di mezzo pure il Natale.

Siamo davvero all’ultima frontiera del politicamente corretto che vieta di dire “Natale” (per la precisione Buon Natale) durante le feste e di utilizzare “nomi cristiani” (un clamoroso incidente di traduzione che andrebbe corretto in “nomi di battesimo”) quando si raccontano storie a modo di esempio? È davvero successo questo, ci hanno davvero sottratto il Natale come hanno titolato molti giornali e gridato molti politici? Oppure c’è stata una forzatura nella traduzione e nell’interpretazione di queste regole di convivenza?

Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Elisa Piras, assegnista di ricerca in Filosofia Politica all’Istituto Dirpolis della Scuola Superiore Sant’Anna.

Dottoressa Piras, l’Europa ha varato una legge che istituisce divieti e obblighi per i cittadini europei? «No. Il documento in questione contiene linee guida per i dipendenti della Commissione Europea e indicazioni limitate alle comunicazioni interne, non a una direttiva con un valore costrittivo per i Paesi dell’Unione. Nel 2019 il Parlamento Europeo fece una cosa simile approvando una decina di pagine in cui si proponeva un uso inclusivo per la lingua. Qualsiasi lingua. Si tratta di un atto espressivo utilizzando parole che hanno funzioni comunicative, non si parla di costringere ma di suggerire una maggiore riflessione sull'uso che si fa della lingua».

C’è bisogno di un documento ufficiale? Non bastano buonsenso ed educazione?

«Adattarsi alla super diversità delle nostre società è un problema reale. Le nostre società non sono fatte di soli maschi bianchi e cristiani e il problema linguistico è legato a una complessità politica. La lingua è potenzialmente molto inclusiva, ma nel breve termine è limitata dal mantenimento di assetti di potere e simmetrie che fanno parte della nostra storia. La questione viene sollevata in molti Paesi; anche in Germania, dove mi trovo adesso: si potrebbe pensare che una lingua che conserva il caso neutro sia avvantaggiata, ma non è così ».

Dobbiamo quindi censurare noi stessi per tutelare l’altro?

«La ratio della polemica, che non è cavalcata solo dalla destra e dai giornalisti che simpatizzano per quell’area politica, è quella di estremizzare un dubbio legittimo in maniera morbosa. Questo è un problema che dobbiamo considerare e porci con un atteggiamento positivo».

Però non si può negare che nel documento si chiede di non parlare del Natale (al momento di scambiarsi gli auguri o di definire stressanti le festività) o di usare nomi cristiani se ci sono da portare degli esempi.

«Quegli esempi sono un po’ tagliati con l’accetta, ma rispetto al lavoro svolto dal Parlamento Europeo nel 2019 mostrano più continuità. Non sono una linguista ma ritengo che il problema andrebbe formulato in maniera diversa: si potrebbe dire “Buon Natale e buone Feste”».

A suo avviso siamo di fronte un attacco alle radici cristiane d’Europa?

«Secondo’un’indagine dell’Eurobarometro del 2019 il 64% della popolazione europea si considera in qualche modo cristiana, ma allo stesso tempo molti cittadini si dichiarano aperti a livello di espressione linguistica».

Si può parlare di bavaglio buonista?

«Esiste un’ipotesi, teorizzata da molti studiosi americani: si chiama “principio di carità interpretativa”. La carità interpretativa chiede di guardare a una comunicazione verbale interpretando le parole come comportamenti in modo da rivelare le intenzioni di chi scrive, andando a individuare la razionalità che sta alla base del testo. Bisogna esercitare sensibilità e considerare da dove viene la proposta, in questo modo si va a stimolare maggiore attenzione su un problema reale».

In definitiva, l’Europa fa la guerra al Natale?

«No, ma la questione è reale e riflettere fa bene. Anche cambiare, in qualche caso fa bene. In queste linee guida si va a cercare di creare e mantenere buoni rapporti, mentre è banalizzando e trivializzando o facendo il meme che si compie un atto linguistico assertivo di chiusura».
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Toscana

Camaiore, addio a Giuseppe Vecoli: conosciuto commerciante con la passione per le moto

di Roy Lepore