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Kubrick sorprende ancora dopo 50 anni, Arancia Meccanica fa ritorno al cinema

Francesca Lenzi
Un fermo immagine della sequenza dell’irruzione in casa dello scrittore in un disegno di Francesca Lenzi
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Un fermo immagine della sequenza dell’irruzione in casa dello scrittore in un disegno di Francesca Lenzi

Da lunedì a mercoledì prossimi sarà possibile (ri)guardare in sala il capolavoro con McDowell alias Alex DeLarge

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«Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pit, Georgie e Dim. Eravamo seduti nel Korova Milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova Milkbar vende latte+, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quel che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza».

Chi non ha capito alla prima riga di quale film si sta parlando, può tranquillamente cospargersi il capo di cenere e anche vergognarsi un pochino. Scherziamo. Ma neppure troppo. E, comunque, c’è tutto il tempo di pentirsi e, soprattutto, di redimersi.

Perché, signore e signori, Arancia Meccanica torna al cinema. Per tre giorni, da lunedì a mercoledì prossimi. E lo fa per un’occasione speciale, il cinquantesimo anno dall’uscita in sala. Con esattezza la data da ricordare è quella del 19 dicembre 1971, quando la pellicola di Stanley Kubrick fu proiettata per la prima volta a New York. In Italia arriverà soltanto nel settembre del 1972. E poi e nel mezzo in tutto il mondo. Raccogliendo critiche su critiche. In bilico tra grandi entusiasmi e polemiche feroci, rappresentando uno dei film più vietati nella storia del cinema.

Nella maggior parte del globo fu inizialmente proibito ai minori di 18 anni. L’età, in Italia, fu abbassata a 14 anni nel 1998 con una sentenza del Consiglio di Stato. La televisione, poi, è una roba tutta a parte. Da noi la prima messa in onda, in chiaro, risale al 2007, su La7. E che sarà mai, direte voi! Beh, in realtà Arancia Meccanica sconvolse davvero critica e pubblico. Ci riuscì nel 1971 e ci riesce abbastanza bene ancora oggi. Nonostante gli anni trascorsi, e il disincanto di molti, oltre all’assuefazione alla violenza di tanti altri, giovanissimi compresi.

Già, perché il capolavoro di Kubrick è un film violento. Anzi, ultraviolento. Eppure non lo è.

Non è il neologismo metasemantico creato dagli Amici Miei di Monicelli, ma la semplice verità. Arancia Meccanica è un film fondamentalmente pessimista che, attraverso una narrazione brutale e sfrenata, diventa manifesto futurista contro la violenza. Il protagonista, Alex DeLarge, è il passo successivo all’uomo scimmia di 2001: Odissea nello spazio che scopre l’uso offensivo degli oggetti, simbolo primordiale del potere. Euforia animalesca ridondante, Alex è un giovane perduto e libero da qualsiasi moralità e moralismo.

La costumista Milena Canonero (che con Kubrick collaborerà anche nei successivi Barry Lyndon e Shining) confeziona per il gruppo degenerato dei drughi un abbigliamento a metà fra il poliziotto e il clown bianco felliniano. Una maschera algida che, dal candore, strappa via ogni residuo di purezza. La tuta bianca di Alex è quasi un luogo. È lo spazio perturbante di Freud, cioè il familiare e rassicurante che, rimosso dal contesto originale, diventa angosciante e spaventoso. Sulla stessa linea è la colonna sonora, piena zeppa di brani di musica classica e non. La famosissima Singin’in the rain è nata per caso dalla mente di Alex/Malcolm McDowell al quale Kubrick chiese, nella sequenza dell’irruzione in casa dello scrittore, di improvvisare un balletto. Insomma, dal sorriso di Gene Kelly al ghigno del drugo. Che altro dire?

La realtà raffigurata da Kubrick in Arancia Meccanica è una versione iperrealista e distopica che prende a piene mani dalla cultura e dell’estetismo anni 60 e 70, guastandola con un respiro dittatoriale nel quale la violenza viene sopita con la mancanza di libero arbitrio e da un condizionamento che nulla ha a che vedere con la consapevolezza.

«La Durango 95 filava molto karascho, con piacevoli vibrazioni trasmesse al basso intestino», è un’altra citazione che ben rappresenta l’enorme lavoro attorno ad Arancia Meccanica. Un vero e proprio idioma creato dallo scrittore Anthony Burgess (suo il romanzo che ha ispirato Kubrick) dove l’inglese si mischia a parole della lingua russa e ad altre inventate.

Costato poco più di due milioni (con un guadagno nel mondo di quasi 27), Arancia Meccanica è una gioia per gli occhi (provate a non incrociarli entusiasticamente di fronte alle prospettive esasperate di Kubrick) e un meraviglioso pugno allo stomaco. Ancora oggi, dopo 50 anni.

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di Redazione web