Il Tirreno

l’intervista 

«Così vi racconto papà Paolo dietro la maschera di Fantozzi»

Simona Peselli
«Così vi racconto papà Paolo dietro la maschera di Fantozzi»

Elisabetta Villaggio presenta a Montecatini il suo libro fra ricordi e aneddoti «Avevamo un rapporto molto stretto e intenso, spesso anche di scontro»

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Simona Peselli

MONTECATINI.

«Perché io, Pina, ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile e sai perché, perché sono il più grande perditore di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto, dico otto, campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d’acquisto della lira, fiducia in chi mi governa e la testa per un mostr... per una donna come te». Fantozzi contro tutti. Siamo nel 1980. Quarantadue anni dopo la figlia Elisabetta Villaggio non resiste e riempie di pagine un bel volume ricco di ricordi personali e aneddoti. Domani alle 16 lo presenta nella rassegna “Acqua in bocca (ma non troppo)” al salone Portoghesi dello stabilimento termale Il Tettuccio di Montecatini.

“Fantozzi dietro le quinte. Oltre la maschera. La vita (vera) di Paolo Villaggio”, edito da Baldini e Castoldi. Un titolo lungo che rivela già il contenuto.

«Avevo voglia di scrivere questo libro innanzitutto per lasciare una specie di memoria storica sulla mia famiglia e sulla figura di mio padre. Sul suo percorso da persona assolutamente sconosciuta a grande artista e attore conosciuto in tutto il mondo. I miei amici mi chiedevano aneddoti sui film di Fantozzi, e cercando, anch’io ho scoperto aneddoti inediti».

Paolo Villaggio, babbo o papà?

«L’ho sempre chiamato papà, avevamo un rapporto molto stretto e intenso, spesso anche di scontro, che però mi è stato utile per modificarmi. Non era affatto possessivo, piuttosto apprensivo e sempre presente anche usando come arma il silenzio».

Il regalo più caro che conserva del suo papà?

«In verità sono due oggetti. Che adesso ripensandoci dopo tanti anni sono riusciti a influenzare la mia vita in maniera positiva. E che fanno parte di quello che poi ho fatto come lavoro. Quando ero alle medie mi regalò una macchina da scrivere, la Valentine rossa della Olivetti con cui io realizzai il primo giornalino della scuola. Poi un computer, uno dei primi usciti in commercio che ho usato per scrivere».

La vostra canzone?

«Di fatto non c’è. Io sicuramente sono molto legata a Carlo Martello che lui ha scritto insieme a Fabrizio De Andrè. A lui piaceva la canzone “Car” di Lucio Dalla quando dice: “Ma quanti capelli che hai”, e papà quando la canticchiava mi diceva che pensava a me per via della mia folta chioma».

U n vostro memorabile litigio?

«Mi ha fatto arrabbiare veramente quella volta che ha venduto una casa di famiglia in montagna alla quale ero, ma non solo io, attaccatissima. Rimasi talmente male che per un bel po’ non gli ho parlato».

Quella volta che l’ha inaspettatamente commossa?

«Quando è nato mio figlio. Come l’ho visto tenero con il nipotino, erano meravigliosi insieme».

Il peso di essere la figlia di...

«È sempre stato faticoso. Ma lo sarebbe stato di più essere figlia di un camorrista. Soprattutto quando ero piccola, da ragazzina. Non ero mai Elisabetta, ma per tutti ero la figlia di... Poi da grande, ogni volta che lavoravo, soprattutto in televisione, anche se realmente ero brava e capace e mi davo molto da fare, ogni volta ero additata come la figlia di... e la raccomandata. Questo me lo hanno confessato molte persone che negli anni sono diventate mie amiche».

Nel suo libro la scrittrice racconta il padre che lavorando con registi come Mario Monicelli, Pupi Avati, Marco Ferreri, Federico Fellini ha interpretato anche ruoli drammatici. Elisabetta pesca nella sua memoria di bambina, ma non sa resistere e intervista colleghi e compagni di viaggio, artisti, ma anche tecnici, truccatori, sarti e facchini. E non mancano le avventure con Fabrizio De Andrè che per Paolo Villagio è stato più di un amico, quasi un fratello. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web