Gioco
«Il rugby non è inglese La prima partita fu a Livorno nel 1766»
Secondo i ricercatori Giovannelli e Poggi, alcuni britannici parteciparono a quel match di Calcio storico fiorentino
Gabriele Rizza
Si apre un nuovo capitolo nei sempre burrascosi rapporti fra Italia e Inghilterra in campo sportivo. Il 2021 ci ha detto bene. Le sconfitte agli Europei di calcio in casa loro e della staffetta 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo non le hanno digerite. Ora i sudditi di Sua Maestà si sono un po’ rifatti con il passaggio diretto ai prossimi Mondiali in Qatar, mentre a noi tocca la roulette del “repechage”, ma spunta all’orizzonte una clamorosa notizia, di quelle destinate a cambiare i libri di storia dello sport. Riguarda il rugby, disciplina che non ci vede certo fra i primi della classe (con i leoni britannici scontiamo una sequenza ininterrotta di disfatte) ma della quale ora possiamo dire che a inventarla, o quanto meno a gettarne le basi, siamo stati noi, cittadini di Toscana.
Il padre naturale del rugby, come oggi viene praticato in tutto il mondo, sarebbe quindi il Calcio storico fiorentino. «Un gioco – secondo Giovanni Bardi che nel 1580 ne dettò i principi regolamentari – che tempra e allena il corpo ed eleva al contempo lo spirito ad imitazione degli eri antichi e che trova nella stessa classicità la sua nobiltà conclamata». Insomma quella competizione rude e virulenta, è roba di casa nostra, e poggia le sue origini nella cultura della civiltà romana. Forse non tutto sarà chiarito, e ognuno avrà il diritto di rivendicarne la primogenitura. Ma certo la “verità” accreditata nel 1895 dall’International Board secondo cui l’invenzione del gioco dalla palla ovale spetta a William Webb Ellis (a lui è titolata la Coppa del Mondo) che un giorno del 1823, studente nella scuola di Rugby, paesino della contea di Birminghan, decise, durante una partita di football, di prendere la palla in mano e di farsi tutto il campo di corsa, comincia a fare acqua. Accertato che la prima partita di rugby, come lo intendiamo oggi, ce la racconta Thomas Hughes nel suo libro “I giorni di scuola di Tom Brown” uscito nel 1857, a rivedere l’impianto originale, e spostare l’attenzione alle coste toscane, ci pensano Filippo Giovannelli e Matteo Poggi. Dai quali apprendiamo come veniva tradotto il nome Livorno in inglese grazie al libro, edito dalla fiorentina Navicellai, “Leghorn 1766” (130 pagine, 18 euro). Libro da cui emerge un’altra pagina di storia che niente ha a che vedere con il mito di Ellis ma che è invece legata al Calcio fiorentino, che ancora oggi si pratica a Firenze: comunque del tutto simile al rugby degli albori.
Il risultato è un’articolata ricostruzione storica tesa a dimostrare, documenti alla mano, dopo appassionate ricerche negli archivi di qua e di là della Manica, come gli antenati del rugby siano appunto peninsulari, e che per la precisione derivino dal Calcio Storico giocato in quel di Leghorn. Dove, fra le tante iniziative organizzate nel 1766 per accogliere degnamente la coppia granducale, Pietro Leopoldo e consorte, si giocò in piazza Grande una di queste partite, alla quale presero parte anche alcuni calcianti, cittadini britannici. Pare che la granduchessa rimase sconvolta per la durezza e la violenza messe in campo, tanto che fu deciso di sospendere questo tipo di intrattenimento. E allora il libro di Giovannelli e Fabbri, oltre la vicenda sportiva, diventa un viaggio nella Toscana settecentesca che al contempo getta una nuova luce sulle origini del rugby. «Siamo davanti a un racconto in piena regola – dice Riccardo Bonaccorsi, presidente del Comitato Toscano Rugby – perché leggendolo possiamo ripercorre momenti delle varie epoche storiche con in più una dovizia di particolari che spaziano da piazza Santa Croce a Firenze a piazza Grande a Livorno ed infine arrivano nei verdi campi delle scuole anglosassoni, facendo di questa ricerca un libro viaggiante».
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