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L’ascesa inarrestabile dei Maneskin. Rock made in Italy fra marketing e premi

Luca Trambusti
L’ascesa inarrestabile dei Maneskin. Rock made in Italy fra marketing e premi

Sdoganano la musica nostrana nel mondo oltre la melodia ma paragoni con miti come i Led Zeppelin appaiono “acerbi”

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Luca Trambusti

I Maneskin e le loro conquiste sono argomento del giorno. Non passa settimana che i quattro ragazzi romani non aggiungano un tassello di notorietà, non raggiungano nuovi prestigiosi traguardi, al centro di una perfetta tempesta mediatica e sul tetto del mondo. L’ultimo la vittoria agli Mtv Ema Award di Budapest come “Best rock”, il miglior rock. In Italia però sono divisivi (come molte altre cose). Come si trattasse di un derby o si esulta o li si denigra. Eppure ciò che la band ha costruito, andando oltre i nazionalismi, è un qualcosa che in Italia non si è mai visto e che anche fuori dai confini ha pochi uguali. Tutti pazzi per i Maneskin che con una formula musicale internazionale (ecco già una prima ragione del loro successo mondiale) hanno saputo esportare l’Italia nel mondo senza “pizza e mandolino”.

Quello che però stupisce è la velocità con cui tutto è successo. Li abbiamo visti imberbi suonare per strada a Roma “a cappello” raccogliendo le offerte dei passanti, pochi anni dopo sono “estrosamente” abbigliati a ritirare il premio come miglior rock band dell’anno, dopo aver aperto il concerto per i Rolling Stones negli Stati Uniti (foto a destra in basso con Mick Jagger) . Non c’è un motivo univoco per cui la band è riuscita a scalare così velocemente “il mondo”: è un insieme di fattori, di occasioni. Il loro successo è partito dall’Italia, dove sono figli del “tubo catodico”, cresciuti in quell’incubatoio che è Xfactor (che peraltro non hanno nemmeno vinto) ; poi c’è stato Sanremo con la vittoria, per dopo aprirsi al mondo con il trionfo all’Eurovision song contest. La loro proposta è vecchia e nuova allo stesso tempo. I riferimenti musicali e dell’immagine sono quelli degli anni ’70, ma allo stesso tempo in un panorama in cui domina una musica elettronica loro sudano su strumenti tra cui la chitarra, il cui suono pare abbia ancora fascino. Sono energici, sfrontati, con un look accattivante (anche se l’originalità – pure al netto dei Cugini di Campagna – a volte sta altrove) .

All’inizio il loro pubblico era femminile e adulto, genitori con figli riempivano i loro concerti (con duplice vendita di biglietti). La vittoria a Sanremo ha aperto tante altre porte per loro che sono un gruppo mainstream, pop in senso di popolare, cioè lontani dalla nicchia (come ribadito dal mentore Manuel Agnelli). Nel plastificato regno internazionale dei lustrini e delle paillettes dell’Eurovision song contest hanno dato netta dimostrazione di superiorità ed energia rispetto ai “colleghi”. Da lì tutto è esploso rapidamente creando un fenomeno difficilmente spiegabile. I detrattori nostrani dicono che dietro c’è il marketing, c’è la costruzione di un fenomeno, di “un personaggio” e investimenti. È vero! Ma tutti i grandi successi musicali hanno dietro un manager, una casa discografica, un ufficio stampa. Quanto devono i Beatles a Brian Epstein? E prima Elvis al Colonnello Parker? I punk Sex Pistols senza il lavoro di Malcolm McLaren e la sua “grande truffa del rock’n’roll” non sarebbero stati ciò che sono. Lo stesso per il look, fondamentale in una società come quella attuale in cui apparire è tutto. Che i Maneskin siano i nuovi paladini del rock è da vedere e da dimostrare. La rinascita di questo genere pare confinata all’interno del recinto di Xfactor che intestandosi il merito spinge sul rock, stile però che ancora non sembra appassionare le nuove leve artistiche nazionali. Infine per i Maneskin si smuovono paragoni improbabili, definendoli i nuovi Led Zeppelin o scomodando Bowie. Tutto questo è anacronistico e azzardato. È diverso il contesto, la cultura, la società, il modo di fruire della musica; così tirare in ballo gli anni ’70 è eccessivo. Certo agli occhi dei giovani tutto appare come nuovo, luccicante e accattivante. Il purista del rock sbuffa e dice “noi abbiamo già visto queste cose”. Eppure hanno ragione i Maneskin, che sono una buona e (ampiamente) sufficiente band di rock contestualizzata in questi anni ’20. Resteranno? Intanto se la godono.

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