Il Tirreno

I 50 anni dalla morte

Irrequieto testimone di quegli anni cattivi: perché è essenziale rileggere Bianciardi

Stefano Adami
Luciano Bianciardi
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Luciano Bianciardi

Lo scrittore grossetano ha raccontato le contraddizioni del boom economico e ha inventato il romanzo reportage

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Prima metà del novembre 1971, c’e’un ricoverato a Milano nella sezione D, letto 106, nell’unità di Medicina Interna dell’ospedale San Carlo. Al quinto piano, a due passi da San Siro. È un po’brusco con i medici, che per la maggioranza non sanno nemmeno chi sia. Sanno solo che è uno che non ha quasi visite. Non sanno che è uno scrittore che ha molto da dire al suo tempo. E soprattutto ai tempi che verranno. Si chiama Luciano Bianciardi. Ha pubblicato quasi due anni prima una delle sue cose migliori, il romanzo Aprire il fuoco (1969) . Libro straordinario dal punto di vista stilistico e contenutistico. Eppure, nonostante quella prova di eccezionale forza di narratore, il paziente Bianciardi dimostra molto più dei suoi quasi cinquant’anni. È molto grave. Cirrosi epatica avanzata. Non ci sarà molto da fare.

Ogni tanto viene a trovarlo un collega scrittore, Sergio Pautasso. Grande fan di Bianciardi. Più spesso viene la sorella, Laura, salita a Milano dalla natia Grosseto. La famiglia ufficiale dello scrittore, la prima moglie e i due figli legittimi, Ettore e Luciana, sono rimasti a Grosseto. Anche la donna con cui lo scrittore viveva prima della malattia, la romana Maria Jatosti, è rimasta dov’è, a Parigi. Con un nuovo compagno, il giornalista e scrittore Sergio Mancini. Consumato dalla rabbia e dalla sete di vendetta, Bianciardi ha passato le ultime settimane quasi soltanto a bere. Settimane passate tutte d’un fiato. Come poi intitolerà il suo libro la Jatosti, dopo la scomparsa di Luciano.Grande scrittore, quello, dicono tra loro medici ed infermieri. Sì, proprio quello che nel 1962, dieci anni prima, pubblicò con successo immenso "La vita agra". Il libro era stato subito tradotto in inglese, finendo la prima tiratura in pochi giorni. E poi tradotto in pellicola cinematografica. È proprio l’autore che aveva avuto il fegato di rinunciare ad un posto comodo al Corrierone. Che pazzo! Quello del film porno-soft Il merlo maschio, tratto anch’esso da un suo raccontino curioso.

L’11 novembre, la sorella rientra in Maremma. Bianciardi rimane davvero solo nella sua stanza tutta bianca e grigia, le cui finestre danno su una Milano rumorosa e triste. Delira. Immagina spesso che Maria torni da lui, che possa finalmente dirle che è tutta colpa sua, e che finalmente possano tornare ad una vita familiare felice. Lui, lei, il bimbo che hanno insieme. La vita che lui descrive in "Aprire il fuoco". Il bimbo capellone che racconta in un altro degli ultimi suoi scritti, il divertente ed originale "Viaggio in Barberia". Da vigile, Luciano, in quella stanza d’ospedale, si rivede passare davanti tutta la sua vita. La nascita a Grosseto nel 1922, un secolo fa. Le elementari e le superiori fatte con la mamma maestra, esigentissima. Il rapporto con il padre, dipendente di banca, che lo chiama non figlio ma amico. Il suo antifascismo adolescente. L’approdo alla facoltà di filosofia, Università di Pisa. Che poi deve abbandonare perché chiamato in guerra nell’esercito italiano. Bianciardi finisce a Lecce, dove assiste ad un bombardamento alleato. E vede cos’è il gran massacro del secondo conflitto. Luciano si aggrega all’esercito Usa, vivendo un’esperienza simile a quella che un altro grande irregolare toscano, Malaparte, racconta in un libro potente, "La pelle". Bianciardi entra nell’inglese quotidiano, parlandolo ora dopo ora con i soldati di Roosevelt.

A guerra finita, si laurea in filosofia: tesi su John Dewey. Alla Normale di Pisa. Dove studia con maestri eccezionali, Capitini, Russo, Calogero. Comincia a scrivere cose sue. Una delle sue prime cose notevoli è certo il testo Nascita di uomini democratici, del’52, che pubblica per la nascita del suo primo figlio, Ettore. In questi anni dirige la Biblioteca Comunale di Grosseto. Si è inventato i cineforum, e il bibliobus, che porta i libri in prestito nelle campagne. Il cineforum fa arrivare a Grosseto il meglio della cinematografia italiana. Esempio il primo Fellini, e Pasolini. I vitelloni; il primo cinema contraddittorio e lacerante di PPP, come nei suoi versi per Le ceneri di Gramsci.

Grosseto è stretta per Bianciardi. Lui è uno di quei tipi, come dicono gli americani, "larger than life". Conosce Cassola, insieme fanno un bel libro. I minatori della Maremma, un romanzo reportage di indagine socio politica ed economica. Inventano un nuovo genere, i due. Un lavoro simile a quello che farà poi Capote in America scrivendo lo straordinario "In cold blood". Con lo scoppio della miniera di Ribolla, quel libro assume tutt’altro significato. Diventa un testamento. Una lettera dall’al di là. Una profezia. Un biglietto di treno di sola andata. Per Luciano. Per la grande città che ha le mani sporche di sangue, Milano. Per gli uffici della Feltrinelli, dove Luciano lavora come traduttore. Dove traduce dei libri che gli insegnano un modo nuovo di scrivere, i due Tropici di Miller.

La testa di Luciano fa tutto il giro di quegli anni cattivi, faticosi, agri. Poi si ritrova sempre li, su quel letto grigio, abbandonato. Dove lo scrittore è piccolo, piccolo, sempre piu’piccolo. S’addormenta. Il 14 novembre chiamano Grosseto. Luciano è approdato alla sua Itaca. Per risentire la sua voce, rivedere il suo sguardo lungo, potente, sulle cose a venire, ci lascia i suoi libri. Eccezionali.© RIPRODUZIONE RISERVATA



 

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di Redazione web