Gioco
«Così vi racconto il “giallo” di Vivaldi»: Sardelli sul podio fra parole e musica
La scomparsa per due secoli delle opere del “prete rosso” al centro dello spettacolo che riporta la sinfonica al Goldoni di Livorno
Maria Teresa Giannoni
Vivaldi che passione. Per Federico Maria Sardelli è una magnifica ossessione da molti anni ormai e questo fuoco amoroso non accenna a spegnersi. Lo dimostrerà lui stesso in scena al teatro Goldoni di Livorno domani sera alle 21 con l’ensemble Modo Antiquo in “L’affare Vivaldi” concerto-reading che inaugura la nuova stagione dei concerti del teatro.
Ed è un atteso ritorno questo dei concerti perché un cartellone organico nella sala grande del Goldoni mancava da anni, ben prima del Covid: la musica sinfonica restava soltanto alla Goldonetta con gli appuntamenti di “Classica con gusto”.
Sardelli, poi, è un altro di quei livornesi che si sono fatti onore nel mondo. Lui è partito sull’onda della musica antica, barocca in particolare, e oggi è apprezzatissimo in tutta Europa, ma quello che è davvero singolare in lui è che oltre ad essere un serissimo musicista e ricercatore musicale, direttore e compositore, è anche disegnatore satirico per il Vernacoliere, incisore, pittore (come il padre Marc Sardelli) e chissà cos’altro. E tutte queste cose le porta avanti con professionalità, ad alto livello.
Nel suo campo di azione non c’è solo Vivaldi, ma è con la riscoperta della sterminata produzione del “prete rosso” che si è attirato l’attenzione di tutti: ha avuto la sua prima nomination ai Grammy Awards e ha scritto il romanzo “L’affare Vivaldi” edito da Sellerio da cui è tratto lo spettacolo che sarà presentato al Goldoni. Per la sua competenza gli è stato affidato il Vivaldi Werkverzeichnis per la catalogazione delle opere del musicista barocco.
Sardelli è un livornese giramondo che però porta sempre la sua città nel cuore e ora è felicissimo di essere lui ad inaugurare la nuova stagione del Goldoni. «Sono molto legato a Livorno, non mi sono mai staccato – conferma – Vivo a Firenze da 35 anni ma torno più o meno ogni 15 giorni perché ho qui i miei genitori e mi sento parte di questa comunità. Per me è una gioia e un onore aprire la stagione concertistica e veder rinascere il Goldoni dopo la pandemia. I concerti, anche se non hanno la spettacolarità che può avere la lirica, sono il pane per ogni teatro. È con la stagione sinfonica che si forma il gusto del pubblico perché è veicolo di un enorme repertorio che spesso viene trascurato. Tutto quello che le ruota intorno è essenziale per un teatro».
Dal romanzo per Sellerio al palcoscenico. Sardelli, ci racconta un po’ lo spettacolo?
«Lo spettacolo era nato per essere fatto insieme all’attore Enrico Lo Cascio, solo che lui era sempre impegnato e così ho deciso di fare io stesso il narratore. È concepito come alternanza di musica e narrazione. Spiego come è andata la storia, che è poi la storia dell’assenza di Vivaldi che per 200 anni sparisce dal mondo. Passato di moda dopo una vita di successi, morì in miseria e pieno di debiti, le sue composizioni passarono di mano in mano, finirono sepolte nelle biblioteche di famiglie aristocratiche più o meno decadute. Fino agli anni Venti del Novecento quando cominciarono a riemergere, grazie soprattutto a due musicologi torinesi, Gentili e Torri. Ma è un lavoro ancora tutto da fare, si scoprono sempre cose nuove perché quello di Vivaldi è un repertorio sterminato».
Qual è la scoperta più curiosa che ha fatto?
«Di solito per fare scoperte di questo tipo si gira tra biblioteche e castelli, uno segue una traccia... A me è successo dalla stampante di casa mia. Mia moglie, che è violoncellista, stava facendo delle ricerche tra gli inediti della biblioteca di Dresda e tra il materiale che le arrivava mi hanno colpito alcune pagine che avevano la grafia di un allievo tedesco di Vivaldi. Mi sono messo a leggerle e alla quinta pagina ho trovato un intero movimento che concordava con una sonata di Vivaldi ben nota. Certe scoperte si possono fare in maniera casuale ma bisogna avere gli strumenti per capirlo per questo sento fortemente la responsabilità del catalogo vivaldiano».
Ora ci spieghi come fa a conciliare le sue diverse personalità artistiche...
«Per me l’amore per la musica antica è arrivato come un colpo di fulmine. Avevo 11 anni, a 14 insieme a Roberto Sbolci e Luca Brunelli Felicetti abbiamo fondato Modo Antiquo, suonavamo musica medievale, il barocco è arrivato dopo. Ma ho anche cominciato giovanissimo a collaborare al Vernacoliere. Devo dire che sento tutto come una stessa unità. Quando ci penso mi vedo come un mostro a 3 o 4 teste, sono tutte parti fondamentali di una stessa medaglia. Per questo corro continuamente da una parte all’altra Sono diventato molto veloce: so fare un ritratto in una sola giornata e comporre altrettanto velocemente una sonata in stile mozartiano. E non sono mai cose tirate via. Voglio fare tutto e farlo bene. La mia si potrebbe chiamare una “secchionaggine” assoluta».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
