Gioco
La felicità di Cognetti è una storia d’amore e di rinascita fra le montagne
L’autore vincitore dello Strega presenta “La felicità del lupo” «Ritorno là dove ero partito quando ho iniziato a scrivere»
Cristiana Minelli
A volte, per scrivere, serve cominciare dalla pagina giusta. Dalla parola giusta, da quella virgola oltre la quale, poi, non si smette mai di mettere un punto. E le storie d’amore, quelle da romanzo, a volte anche di più di quelle in carne e ossa, sono misteriose, e ingannevoli. Ti portano a spasso, ma qualche volta non dove vorresti andare. Lo sa bene Paolo Cognetti, scrittore, vincitore nel 2017 del Premio Strega con il romanzo «Le otto montagne», Einaudi editore, oggi autore de «La felicità del lupo» (pp. 152, 18,00, sempre per Einaudi), il suo ultimo libro. Ha vinto il premio Strega a 38 anni, il suo libro è stato tradotto in 40 lingue e ora sta per diventare un film che uscirà nel 2022, le riprese sono in corso.
Un grande successo, il momento adatto per scrivere una storia d’amore?
«Scrivo da quando avevo 18 anni. I miei primi racconti erano storie di coppie, d’amore. Forse è stato il primo tema al quale mi sono dedicato con la scrittura. E sì, ora che ho passato i 40 anni, l’età della maturità della vita, forse era proprio il momento giusto per ritornare là dove ero partito».
Un passo indietro. Milano, autunno 2019. La routine dello scrittore (ognuno ha la sua), non serve per andare oltre la prima pagina. Neanche le fughe in montagna, in quella baita di legno e di pietra a 170 km da casa, le passeggiate nei boschi e il rifugio rassicurante della natura, sbloccano la situazione. L’autore sa di dover scrivere una storia d’amore, ma quale?
«Avevo tutta la visione di come sarebbe andata – dice – La vedevo tutta intera come un pianeta nel telescopio, e la osservavo così, nel telescopio, ormai da qualche anno, in attesa di scriverla. Adesso che il momento era arrivato non riuscivo ad atterrare sul pianeta e a muovere i primi passi per esplorarlo».
Poi che ha fatto?
«Ha seguito il consiglio di Babette, che è la Babette del romanzo ma anche quella vera che anni addietro gli aveva offerto un lavoro come cuoco. Ha ricominciato. Proprio da lì. E poi, con quell’idea in tasca, costretto dalla pandemia, come tutti, forzatamente in casa, si è messo a scrivere, all’ombra delle “Trentasei vedute del monte Fuji” di Hokusai. Una montagna dipinta da diversi punti di vista, con la natura in primo piano, ritratta però con l’umanità ai piedi del vulcano: pescatori, tagliaboschi, contadini, raccoglitrici di riso, mercanti in viaggio, geishe nelle sale da tè, monaci e soldati», come a dire il ritratto della transitorietà della vita umana al cospetto della maestosità della natura».
E cosa ha scritto?
«La storia di Fausto, quarant’anni, che, alla fine di una lunga relazione, cerca rifugio tra i sentieri dove camminava da bambino. A Fontana Fredda incontra Babette, anche lei fuggita da Milano molto tempo prima, che gli propone di fare il cuoco nel suo ristorante, tra sciatori e operai della seggiovia. (Una cosa che nella vita è stata proposta allo scrittore per davvero, dalla vera Babette, e che lui ha fatto per un paio di stagioni, “cucina semplice, per pochi clienti, un bel periodo”, dice). Silvia, 27enne, serve ai tavoli, non sa ancora se la montagna è solo il nascondiglio di un inverno, se prima o poi si ritroverà e sarà pronta per Fausto. E poi c’è Santorso, che vede lungo e beve troppo, e scopre di essersi affezionato a quel forestiero dai modi spicci, che cammina in silenzio come un montanaro. Mentre cucina per gattisti e boscaioli, che battono la pista d’inverno e che d’estate profumano l’aria di funghi e legna appena tagliata, Fausto ritrova il gusto per le cose e per la cura degli altri, assapora il desiderio del corpo e l’abbandono. Che esista o no, il luogo della felicità, lui sente di essere esattamente dove deve stare».
Quella prima pagina, riscritta tante volte poi stracciata, non avrebbe mai condotto nella baita di Babette...
«L’ho buttata, è stato doloroso, ormai la sapevo a memoria. Gli amici migliori, in questo caso Babette, sono quelli che ti insegnano che a volte per andare avanti bisogna tornare indietro, vincere l’orgoglio. È stato come ricominciare. E non è un caso che la storia inizi proprio da qualcuno che vuole ricominciare. Coincide, perfettamente, con quello stato d’animo».
Come ha ricostruito la routine dello scrittore durante la pandemia?
«Nonostante la tragedia del momento è stato un periodo in qualche modo fecondo per gli scrittori. Tutti noi, chi si occupa di scrittura in primis, spesso siamo distratti dal quotidiano, dalla città, da tante relazioni, anche non necessarie. In questo caso siamo stati costretti a concentrarci sul lavoro. Sono convinto che in fondo, più che costruire una storia un autore la abita. Ci entra dentro e ci vive, finché non è finita. E io, in qualche modo, l’ho abitata. Anche spinto dalla distanza forzata dalla montagna, per tanto tempo». È un libro che osserva le relazioni umane nel loro dialogo ininterrotto con la natura, che ne scopre ferite e fragilità, che attraversa le stagioni, di un anno ma anche di una vita intera. Che sa che di cosa sa il mese di gennaio. «Di fumo di stufa». E sullo sfondo, persino il lupo, che mancava all’appello da un secolo, sembra aver fatto ritorno. Anche lui in cerca della sua felicità».
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