Gioco
Chansonnier tenebroso e attore militante Le tante vite leggendarie di Yves Montand
Nato a Monsummano da contadini comunisti, conobbe la miseria, l’emigrazione in Francia e la consacrazione da star
Gabriele Rizza
Il suo nome era Ivo Livi. Era nato in Toscana, a Monsummano Terme, da una famiglia di contadini comunisti, giusto cento anni fa, il 13 ottobre 1921. Sarebbe morto 70 anni dopo, proprio oggi, il 9 novembre del 1991. Un doppio anniversario per ricordare Ivo Livi, per tutti Yves Montand.
Leggenda vuole che quel cognome, dopo che la famiglia, lui bambino, si vide costretta a lasciare l’Italia fascista e riparare in Francia, a Marsiglia, nacque dai ricordi d’infanzia. Quando la madre, esasperata dall’assenza, lo richiamava in casa dal cortile, il ritornello era “Ivo monta, Ivo monta”. Il diciottenne Yves lasciò il cortile e salì sul palcoscenico dell’Alcazar, prestigioso locale di quella città di mare che, più di ogni altra d’Oltralpe, sapeva di Italia. Bello, solare e tenebroso, un fare da guascone velato da malinconia, l’occhio scapigliato nel viso “maschio” e protettivo, Yves fu adottato da Edith Piaf che lo volle in scena al suo fianco. Interprete di canzoni popolari (spesso su testi di Jacques Prévert) Montand divenne un perfetto chansonnier, con quella voce profonda e vibrante, un’eco che faceva la differenza, sensuale richiamo, e che sempre lo avrebbe accompagnato, al cinema e in teatro. E che una sera d’estate del 1982 a New York, avemmo la fortuna di ascoltare al Metropolitan, reduci dalla sbornia dei Mondiali di Spagna.
Da grande e famoso amava ripetere: «Oltre all’incontro con Edith Piaf, credo che una delle mie fortune sia stata quella di aver avuto un’infanzia difficile. Quasi tutti gli interpreti popolari della canzone vengono dal basso e hanno conosciuto la miseria. Bisogna aver sofferto per poter emozionare e poi far condividere la propria gioia di vivere». Montand chansonnier lo sarebbe sempre stato (vinse fra l’altro un Grand Prix du disque con “Barbara”). E i suoi recital all’Olympia, il tempio parigino del varietà, sono rimasti leggendari.
Artista poliedrico, attore versatile, Montand si divide fra teatro e cinema. Sullo schermo mostra una forza, una asprezza sanguigna, una guerriglia anche fisica, estrema, una dolente fierezza che contraddiceva l’eleganza e la compostezza del suo stare sul palcoscenico. Sarà cosi in “Vite vendute” di Henri-Georges Clouzot (1953), camionista spericolato sulle strade di un imprecisato Centro America; sarà così in “Uomini e lupi” di Giuseppe De Santis (1957) cacciatore spavaldo nel clima livido di un Abruzzo innevato; sarà così al fianco di Alida Valli nella successiva esperienza italiana, “La grande strada azzurra” di Gillo Pontecorvo, pescatore in rovina nel mare della Maddalena e lo stesso l’anno dopo, stavolta al fianco di Gina Lollobrigida, in “La legge” di Jules Dassin, piccolo boss di un paesino della Corsica, fra amori, tradimenti e vendette.
Restando allo schermo, a partire dagli anni Sessanta, Montand si muove su due diversi, ma ugualmente convincenti, ambiti: da un lato la commedia leggera, spiritosa e divagante, che lo vede accanto a Marilyn Monroe (“Facciamo l’amore” di George Cukor), di Maria Schell (“Non tirate il diavolo per la coda” di Philippe de Broca), di Barbara Streisand (“L’amica delle cinque e mezza” di Vincente Minnelli), di Romy Schneider (“È simpatico ma gli romperei il muso” di Claude Sautet), dall’altro un filone segnato da un forte impegno politico, un cinema militante che lo vedrà diretto da Alain Resnais (“La guerra è finita”), da Jean-Luc Godard (“Crepa padrone tutto va bene”) ma soprattutto da Costa-Gavras con cui stringerà un vero sodalizio artistico e con cui girerà tre titoli fondamentali della sua carriera e della sua immagine di attore impegnato: “Z – L’orgia del potere”, di certo il più famoso e tempestivo, il golpe dei colonnelli in Grecia del 1967; “La confessione”, le purghe staliniane nella Praga degli anni 50; “L’amerikano”, le manovre della Cia per rovesciare i governi democratici in Sud America, film da lui stesso incoraggiato e sostenuto anche finanziariamente.
Sposerà Simone Signoret nel 1951, a cui resterà legato fino alla morte di lei nel 1985, la parentesi hollywoodiana e l’incontro con Marilyn a incrinare il rapporto (Simone si precipitò oltreoceano per recuperare il terreno che sembrava scivolarle sotto i piedi), l’Europa e l’America, le frequentazioni eccellenti (Prévert, Picasso, Apollinaire, Kruscev, Kennedy, Tito e Mitterrand), un affascinante itinerario artistico esistenziale scandito dalle sue canzoni, una colonna sonora che ha segnato come poche altre gli anni del Secondo dopoguerra. E basta “Les feuilles mortes” di Joseph Kosma, destinato a diventare il brano simbolo di Montand, uno dei più celebri motivi della canzone francese, da lui interpretato nel film “Mentre Parigi dorme”, per ritrovarsi catapultati nel bianco nero parigino degli anni Cinquanta, evocato dai film di René Clair e Marcel Carné.
Montand muore d’infarto durante le riprese di “IP5 – L’isola dei pachidermi” di Jean-Jacques Beineix: un malore lo coglie dopo una nuotata in un lago gelato. Così dettava il copione. Così voleva il suo personaggio. Fedele e professionale fino alla fine.
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