Il dolore
Fra tanti commissari ecco Mineo e le indagini diventano parodia
Si ride molto e ci si appassiona con il detective cialtrone e sfaticato creato da Francesco Bozzi
Fabio Canessa
Quando un genere ottiene per lungo tempo un successo tale da avere il sopravvento su tutti gli altri, prima di affievolirsi genera le sue parodie: è accaduto cinquecento anni fa alla letteratura cavalleresca, passata dalla “Chanson de Roland” al “Morgante” del Pulci, è accaduto al western, consacrato da John Ford e dissacrato da Terence Hill e Bud Spencer. Da molti anni le classifiche di vendita dei libri italiani premiano la letteratura gialla: dopo il boom di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, non si contano gli autori di successo che si affidano al poliziesco, nelle sue varie sfaccettature. Gianrico Carofiglio, Marco Malvaldi, Maurizio De Giovanni, Antonio Manzini, Marco Vichi , creatori di altrettanti commissari o detective diventati familiari: Montalbano, Ricciardi, Bordelli o Rocco Schiavone. A loro si aggiunge adesso il più inaffidabile e sgangherato della lista, il commissario Saverio Mineo, nato dall’umorismo scoppiettante di Francesco Bozzi, autore e sceneggiatore radiotelevisivo, noto soprattutto per gli spettacoli e i programmi ideati e scritti per Fiorello.
Mineo è l’antieroe meno affascinante e carismatico della storia della letteratura poliziesca: iracondo e misantropo, cialtrone e sfaticato, ha come unica ambizione leggere in pace La Gazzetta dello Sport nel suo ufficio. Convinto che ogni telefonata può essere fonte di problemi, vorrebbe che l’apparecchio non squillasse mai. Del resto la sua filosofia sostiene che «siamo nati per lamentarci dei problemi, non per risolverli». Così antiecologista da essere nemico giurato della natura, così egoista da mostrare un «abissale disinteresse» per il prossimo (compresi i morti ammazzati su cui dovrebbe indagare), è invece maniacalmente ossessionato da inutili dettagli: sulle scene del crimine non osserva i cadaveri, ma è disturbato dalle pieghe del tappeto provocate dall’assassino; poco incline a interrogarsi su moventi e prove, non si fa una ragione che nel suo paese, Terrasini, ci siano trenta panifici per appena diecimila abitanti «e alle tredici e trenta il pane è già finito ovunque»; anziché dirigersi di corsa sul luogo del delitto, costringe il suo aiutante a seguire un tizio in bicicletta che ha il vezzo bizzarro di evitare accuratamente di passare sopra le strisce. Gli unici due misteri che davvero impegnano il suo tempo sono la ricerca del responsabile delle scritte sui muri offensive nei suoi confronti e quanto fosse alto Peppino Impastato, perché per arrivare da casa sua a quella di Tano Badalamenti, Mineo ha calcolato molto meno di cento passi.
Eppure le indagini “iraconde” e “involontarie” di questo screditato detective, per caso e per inerzia arrivano sempre a trovare il colpevole. Merito di una capacità di osservazione sopraffina che, proprio quando sembra girare a vuoto e allontanarsi dalla sostanza delle cose, riesce a cogliere miracolosamente quel particolare rivelatore che, in un attimo, ribalta la situazione e fa trionfare la giustizia. Mineo ne farebbe volentieri a meno, pronto com’è a confermare di primo acchito la versione più superficiale della ricostruzione dei fatti, per sbrigarsi velocemente e tornare a leggere la Gazzetta, ma lo sguardo implacabile con cui scannerizza il mondo lo costringe a un colpo d’ala logico.
Le avventure raccontate nel libro d’esordio “L’assassino scrive 800A”, al quale è ora seguito l’ancor più demenziale “Il giallo del gallo”, ci immettono subito nella scrittura di Bozzi, che appare come una sceneggiatura già pronta per essere recitata con il ritmo, i dialoghi e i caratteristi tipici della commedia all’italiana, una fiction come “Il maresciallo Rocca” ma con Frank Matano al posto di Gigi Proietti.
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