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«Lo sfregio» indelebile: le vittime e il carnefice in un’unica mostra

Gabriele Rizza
«Lo sfregio» indelebile: le vittime e il carnefice in un’unica mostra

Gian Lorenzo Bernini fece sfigurare il volto dell’amante che aveva ritratto. Quel busto esposto insieme alle foto delle vittime di violenza

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FIRENZE. Anche per gli artisti più sublimi il confronto con la femminilità ha portato nella storia ad atti irresponsabili. È il caso di Gian Lorenzo Bernini che nell’estate del 1638, scoperto il legame dell’amante Costanza Piccolomini Bonarelli con il fratello Luigi assoldò dei sicari perché sfregiassero il volto della donna.

Donna che l’artista aveva ritratto quello stesso anno con mirabile sensibilità e straordinaria emotività nel busto in marmo conservato al Museo del Bargello. La camicia aperta, la pettinatura mossa, lo scatto del collo, la bocca socchiusa quasi a suggerire un dialogo, Costanza vive, aerea e concreta, in tutto il suo splendore con naturalezza e intimità.

Bernini fu graziato e proseguì la sua brillante carriera senza conseguenze, mentre Costanza venne reclusa in un monastero per alcuni mesi. La storia si ripete. Con alcune varianti. Costanza fece ritorno a casa, dal marito Matteo Bonarelli, con il quale dette vita a un fiorente commercio di sculture. Prestata agli Uffizi, l’opera del Bernini diventa un emblema della capacità di riscatto che si ritrova oggi in tante vittime di violenza, alle quali le fotografie di Ilaria Sagaria, dedicate appunto alle donne che hanno subito attacchi con sostanze corrosive, danno liricamente voce.

In un dialogo tra vittime e carnefici dove la forza della donna comunque vince.

«La mostra – afferma il direttore del museo Eike Schmidt – è servita anche a sottoporre a restauro l’opera del Bernini, che si può di nuovo apprezzare, grazie a questo simbolico atto di risarcimento, però contro i danni del tempo. La guardiamo non solo come un capolavoro di uno dei massimi scultori barocchi, ma siamo invitati a riflettere e a meditare sul dolore inenarrabile della sopravvivenza».

Spiega a sua volta Ilaria Sagaria: «La violenza tramite acido è un fenomeno che non è legato all’etnia, alla religione e tantomeno alla posizione sociale e geografica. Oltre alla brutalità fisica causata da un gesto inumano, c’è il trauma psicologico da affrontare: la perdita dell’identità, la depressione e l’isolamento. Attraverso le loro testimonianze, ho ricostruito un racconto, una mise-en-scène fotografica che potesse restituire questi momenti senza spettacolarizzarne il dolore, concentrandomi sull’aspetto psicologico e sul concetto di identità».

Organizzata simbolicamente nel mese in cui ricorre la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, l’esposizione curata da Chiara Toti col titolo “Lo sfregio”, resta aperta fino 19 dicembre.
 

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