Il Tirreno

Il ritorno dei racconti con l’architetto-scrittore

Il ritorno dei racconti con l’architetto-scrittore

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In Italia il racconto breve ha uno strano destino. Alcuni dei grandi testi della letteratura italiana appartengono alla famiglia, da “Rosso Malpelo” (1878) di Verga a “Una giornata” (1935) di Pirandello: e ancora, i molto meno noti “Casa d’altri” (steso nel 1947) di Silvio D’Arzo e “Giorgio contro Luciano” (1957) di Arbasino meriterebbero un posto d’onore nel canone contemporaneo, oltre alle tante gemme sparse da Fenoglio, Calvino, Ortese, Manganelli, Morante e i loro coetanei. Meriterebbero: perché (ecco il motivo di “strano”) è nozione condivisa che il genere del racconto non venda quasi niente rispetto al romanzo e quindi sia snobbato dagli editori. Anche per un lettore forte indicare chi sappia scrivere nel 2021 bei racconti è un’impresa ardua quasi quanto nominare al volo cinque poeti viventi. Ma “Camere e stanze” (Ponte alle Grazie, 2021) lo rende più facile. Il volume raccoglie le prose narrative di Francesco Pecoraro che ha esordito nel 2007, curiosamente, con una raccolta di racconti, “Dove credi di andare” (Mondadori), qui interamente riproposta: un esordio del genere stupisce doppiamente se pensiamo che all’epoca Pecoraro aveva sessantadue anni e nessun radicamento nell’ambiente letterario-editoriale (architetto di formazione, ha lavorato anche come urbanista). Ma basta leggere qualche pagina per non stupirsi più. I racconti, di chiarissima, divertente ossessività, ruotano quasi tutti attorno a uomini maturi: sfiancati dalla lotta per l’affermazione di sé, si attardano in un mondo al collasso che non per questo rinuncia ad aggredirli. L’assedio è il tema esplicito del racconto che dà il titolo al libro, ma infesta molti personaggi a partire dall’ingegner Corrazzi di “Uno bravo”.

Meritano anche i testi più recenti accolti nel libro: le distopie (“La città indiscussa”, “La Tavolata”), i ricordi (“Nosferatu”, “Il Fregno”), persino degli strani mélange di ricordi che prendono la tinta dell’incubo infantile, come l’abbandono inspiegato del giovane protagonista di “North American P-51 Mustang”.



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