Il Tirreno

Il nuovo album del paroliere Grandi dedicato al padre scomparso «Ripartiamo dalle canzoni d’amore»

Samuele Govoni

Da venerdì sulle piattaforme digitali “Segnali di fumo” 

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Samuele Govoni

FERRARA. Si intitola “Segnali di fumo” il nuovo album di Saverio Grandi, in uscita venerdì su tutte le piattaforme digitali. Nove canzoni in cui il paroliere (autore tra gli altri per Vasco, Ramazzotti e Pausini) indossa i panni del cantautore. «Dopo la scomparsa di mio padre ho sentito la necessità di scrivere, di mettere in musica le sensazioni che provavo, le cose che sentivo».

L’uscita dell’album sarà accompagnata dal singolo “L’amore crede, l’amore può”, scritto da Pacifico e composto da Grandi.

Perché ha scelto questo brano per lanciare il disco?

«Mi guardo intorno e mi sembra di essere tornato al medioevo. Attorno a me vedo odio, rabbia e cattiveria. Il coronavirus ha esasperato tutti questi sentimenti che però erano già presenti. Io ho scelto di ripartire da qui perché, appunto, “L’amore crede, l’amore può”. Lucio Dalla diceva: “Ci salverà l’amore”; lo credo anche io».

Con “Svegliami quando sarà finita” sembra di tornare ai tempi del lockdown.

«La pandemia in qualche modo è entrata anche in questo lavoro, penso che i due anni vissuti abbiano segnato tutti in una maniera o nell’altra. Ho sempre vissuto il dormire un po’ come una perdita di tempo, come cantava Vasco: “Voglio una vita che non dormi mai”. In quei mesi invece mi sono trovato a desiderare il contrario e non mi piaceva. La musica mi ha dato la scossa giusta, mi ha risvegliato».

Chi sono gli “Eroi silenziosi” di cui canta?

«Sono il motore della nazione, sono quelli sempre sul pezzo ma che non fanno notizia. Sono quelli che si alzano tutte le mattina e portano avanti il loro discorso senza clamori».

Com’è nata “Segnali di fumo”?

«Sono sempre stato affascinato dall’immaginario americano, i western di Leone, Ford, la frontiera... La copertina è un po’ un omaggio a quel mondo lì. I nativi comunicavano attraverso i segnali di fumo, un linguaggio silenzioso e in codice. Oggi avremmo bisogno di fare un passo indietro, di abbassare i toni e questa metafora mi piaceva».

A suo padre ha dedicato una canzone.

«Sì è una dichiarazione d’amore e allo stesso un flusso liberatorio. Tra me e lui ci sono stati scontri e incomprensioni, mi voleva bene ma eravamo diversi. Alla fine non ci siamo mai chiariti e mi dispiace, ho cercato di farlo qui. Penso che nessuno dovrebbe lasciare conti in sospeso».

Quando ha capito che le canzoni sarebbero diventate un disco?

«Dopo “A mio padre”. In quel momento mi sono detto: facciamolo. Raffaele Montanari, amico e discografico che ringrazio, ha sposato l’idea e mi ha assecondato. Così è nato “Segnali di fumo”, un disco denso e sincero in cui ho messo a nudo me stesso».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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