Toscana
Se perdi ai giochetti da bimbi muori fucilato È “Squid Game”, la serie più vista al mondo
Uscita solo un mese fa su Netflix, la fiction sudcoreana ha già infranto tutti i record. E c’è in arrivo la seconda stagione
Francesca Lenzi
Domenica compirà un mese tondo tondo e già è conosciuto nell’intero globo. C’è chi ha appena iniziato a guardarlo e chi se l’è visto tutto d’un fiato. C’è chi lo ama (molti) e chi lo detesta (pochissimi, in verità). E c’è anche chi afferma di non sapere di cosa si tratti. Ma, con una certa probabilità, sta mentendo.
“Squid Game” è un fenomeno planetario che ha superato ogni aspettativa.
Creata da Hwang Dong-hyuk, la serie tv disponibile su Netflix ha sorpassato – Dio l’abbia in gloria – quel polpettone pruriginoso in costume di “Bridgerton”, presentandosi come il prodotto televisivo streaming del momento.
Di cosa parla? Facendo finta che ci sia ancora qualcuno al mondo che non lo sappia, la trama è semplice quanto invitante: 456 persone diventano – per forza, ma fino a un certo punto – concorrenti di una serie di giochi di tradizione sudcoreana. Già, avevamo dimenticato di dirlo: “Squid Game” è una serie televisiva sudcoreana e, in tal senso, il successo che sta avendo, fa ancora più scalpore. Ma torniamo al plot narrativo: ogni gioco che si rispetti, prevede un vincitore e un montepremi ricchissimo. Ma, soprattutto, un perdente. Se poi i perdenti, o per meglio dire, gli eliminati sono tanti, l’intrattenimento è ancora più gustoso. E se, addirittura, l’eliminazione del concorrente consiste nella dipartita dello stesso indotta a suon di mitra, capite voi che il trionfo di “Squid Game” è cosa fatta.
L’intreccio è semplice e la comunicazione immediata, per raggiungere un range di pubblico il più vasto possibile. L’ambientazione è asettica e colorata allo stesso tempo. In una parola: irreale. Giocatori e guardie indossano costumi dalle tonalità contrastanti. Tutti uguali, come eserciti distopici di una verità parallela. Soldati spersonalizzati, identificati con un numero e null’altro.
Piccola parentesi sull’abbigliamento: le tute verdi portate dai concorrenti sono ispirate ai capi sportivi degli anni Settanta, mentre le scarpe bianche hanno fatto schizzare alle stelle le vendite delle Vans Slip On.
Non solo. Fra i vari giochi per bambini, reinterpretati in chiave horror, c’è anche quello con dei simpatici biscotti. Sono dolci tipici coreani, i “Dalgona”, associati alla miseria del dopoguerra. Ecco, adesso tutti vogliono mangiare quei biscotti che stanno andando a ruba. Dove si trovano. In Corea pare si debba resistere a ore di fila.
La febbre “Squid Game” ha innescato reazioni un po’ ovunque: ad Abu Dhabi martedì scorso è andato in scena un evento simile alla serie ma reale. Tranquilli: pare non sia stato eliminato fisicamente nessuno; mentre arriva dal Belgio la notizia di un pestaggio fra studenti in occasione dell’imitazione del gioco Un due tre stella.
È il bene e il male di un fenomeno che difficilmente sfumerà in breve tempo. E c’è da scommettere che, alla prima stagione di nove episodi, ne seguirà presto un’altra.
Speriamo soltanto che “Squid Game”, gioiellino surreale, condito da scenografie color pastello ispirate alle labirintiche scalinate di Escher, non perda la propria poetica grottesca. Insomma, speriamo non faccia la fine della Casa di Carta.
Perché “Squid Game” è soprattutto una ventata di freschezza nel panorama, nonostante i riferimenti più o meno diretti. Parliamo del famosissimo “Hunger Games”, ma anche della prova autoriale di Elio Petri con “La decima vittima” e, perché no, del poco noto, ma godibile, “Contenders serie 7”.
Ancora, dell’immaginario spaventoso di “Black Mirror” così come di “Parasite”, pellicola fra le più vicine alla serie tv, sia per motivi geografici che per radici narrative, con le terribili contraddizioni e le disuguaglianze economiche in salsa asiatica.
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