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il lutto 

Addio a Veca il filosofo che diffuse l’idea di giustizia come equità sociale

Addio a Veca il filosofo che diffuse l’idea di giustizia come equità sociale

Aveva 77 anni, una carriera di docente universitario e numerose pubblicazioni sulla teoria della politica

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MILANO. È morto ieri a Milano a 77 anni il filosofo e accademico Salvatore Veca. Ne dà notizia in un post su Facebook la Casa della Cultura di Milano, di cui Veca era presidente, piangendo «la scomparsa di un insigne filosofo della politica, protagonista della vita culturale italiana».

Nato a Roma il 31 ottobre 1943 e laureato a Milano nel 1966 con una tesi in Filosofia teoretica, studiando con Enzo Paci e Ludovico Geymonat, e qui aveva iniziato la sua carriera accademica. Nei primi anni Veca fu studioso del marxismo e poi si avvicinò al pensiero di John Rawls di cui contribuì a diffondere in Italia la teoria della giustizia. Filosofo, accademico, protagonista della cultura e della vita politica, a Salvatore Veca viene attribuito il grande merito di avere portato in Italia, facendola tradurre da Feltrinelli, “Una teoria della giustizia” del filosofo di Harward, John Rawls, la cui opera Veca definì «un’impresa intellettuale e una sfida per chiunque ritenga rilevante e desiderabile la discussione e l’argomentazione razionale intorno ai principi che modellano le istituzioni di società a tradizione democratica».

Veca spiegava il presupposto di questa teoria, centrale nel pensiero politico, in particolare quello liberale, in un articolo pubblicato sul sito della Fondazione Feltrinelli di cui è stato presidente dal 1984 al 2001: «Rawls propone una teoria della giustizia come equità che ha per oggetto i principi che modellano l’assetto fondamentale delle istituzioni della società. I principi di giustizia sono quelli che persone razionali sceglierebbero in una posizione iniziale di eguaglianza. In questa situazione ipotetica, nessuno conosce la propria posizione nella società, la propria sorte nella distribuzione, naturale e sociale, di doti e capacità».

Seguendo le idee di Rawls, Veca si fece portatore di questa idea di giustizia come equità e di un liberalismo egualitario di cui dovessero avvantaggiarsi i meno fortunati. Concetti che il filosofo ha portato avanti in un’assidua attività dentro e fuori le aule universitarie.

Docente, nel corso della sua lunga carriera, nelle Università della Calabria, di Bologna, di Milano, di Firenze e di Pavia, ma anche alla Sorbona e a Cambridge, Veca ha insegnato Filosofia politica all’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia, di cui è stato prorettore vicario dal 2005 al 2013 e dal 1999 al 2005 è stato Preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pavia. Infinito il suo curriculum in cui spiccano anche la presidenza del Comitato generale Premi della Fondazione internazionale Eugenio Balzan e della Fondazione Campus di Lucca, specializzata in studi sul turismo, e la partecipazione come membro del Comitato direttivo della “Rivista di filosofia”, di “Iride” e dello “European Journal of Philosophy”.

Nel 1998 gli sono stati conferiti, con decreto del presidente della Repubblica, la medaglia d’oro e il diploma di prima classe, riservati ai Benemeriti della Scienza e della Cultura. Dal 2010 è stato socio corrispondente e dal 2015 membro effettivo dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e lettere. Dal 2014 socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino e presidente della Casa della Cultura di Milano. È stato anche il direttore scientifico di Laboratorio Expo e responsabile della redazione della Carta di Milano. La sua ultima opera in libreria, uscita in piena pandemia, è “Prove di autoritratto” scritta assieme a Sebastiano Mondadori, figlio della moglie Nicoletta, che affronta con ironia temi “alti” e “bassi”, dalla filosofia al suo rapporto, diventato impacciato col tempo, con lo sport. A proposito di questo testo, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Veca provò a spiegare il senso della filosofia: «È un esercizio intellettuale che mira a ridurre l’incertezza quando si genera, si misura con quello che i greci chiamavano taumazein, qualcosa che produce stupore». E, sulla pandemia da Covid, Veca chiosava un richiamo a Hegel: «Come diceva lui, la filosofia sorge sul far della sera».



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