Sicurezza
Un altro passo per riscoprire il pensiero di Tilgher
È importante che di Adriano Tilgher, filosofo nato nel 1887, centrale nella vita culturale della prima metà del Novecento italiano, siano stati ripubblicati negli ultimi anni vari volumi saggistici e raccolte di scritti: su Einstein, contro l’idealismo di Giovanni Gentile, sulla filosofia greca, su Leopardi, su Pirandello. È importante, ma non pare abbastanza per leggerlo davvero. Nel canone scolastico Tilgher resta non molto di più che l’artefice della distinzione fra la “vita” e la “forma” nel teatro pirandelliano. Secondo questa idea, la “vita” sarebbe un flusso non incasellabile che la “forma” dell’arte s’incarica contraddittoriamente di cristallizzare. Si tratta di una dicotomia che Pirandello fece fin troppo sua nell’ultima fase del suo teatro, ma che non rende giustizia alla vastità di interessi e all’originalità di pensiero del saggista napoletano. Un altro tassello per un (si spera) ritorno alla circolazione delle sue parole è dato dalla ripubblicazione del “Diario politico 1937-1941”. Nella nuova edizione, Claudio Giunta ha curato la ripubblicazione del testo a partire dal manoscritto autografo di Tilgher. All’attenzione filologica si accompagna un’introduzione dello stesso curatore, sintetica ma imprescindibile per arrivare al diario. Chi decida di leggere il libro, non ci troverà solo ragionamenti preziosi per comprendere cosa volesse dire fare cultura sotto il totalitarismo, e come fosse difficile trovare una posizione libera da persone intelligenti. Non che il “Diario politico” sia “attuale”. Ma certe frasi ci sconcertano ancora, come questa del 1938: «Ma chi educherà il popolo? L’élite. E l’élite chi la sceglie? Il popolo. E allora come può il popolo scegliere una élite che valga più di lui e che lo educhi? Di qui il dramma storico delle democrazie». O questo passaggio, che si dovrebbe traslare ai paesi liberali e al discorso pubblico odierno senza cambiare una virgola: «Nei regimi di libertà, essendoci libertà di parola e di critica, è naturale che il pubblico se ne serva, più che per lodare, per criticare e lamentarsi: di qui l’apparenza che in quei regimi tutto vada male».
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