Il Tirreno

saggistica 

Il libro come accesso al mondo e le acute riflessioni sulla lettura

Fabio Canessa

Districarsi fra capolavori e inutili zavorre dal panegirico di Zweig al nuovo pamphlet di Mascheroni

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Fabio Canessa

Imbarcatosi in nave a Genova, lo scrittore viennese Stefan Zweig fa amicizia con un ragazzo italiano addetto alla pulizia delle cabine, sveglio e simpatico. Tra i due cala però un “muro invisibile” quando, sbarcati a Napoli, il giovane chiede a Zweig di leggergli una lettera che gli ha spedito un’innamorata, rivelandosi analfabeta. Siamo negli anni Trenta, per cui non ci sarebbe da stupirsi troppo, ma il contrasto tra la vivace intelligenza del mozzo e la sua inaccessibilità alla scrittura porta Zweig a riflettere su come deve essere non saper leggere e a scrivere “Il libro come accesso al mondo” un saggio che celebra l’incanto della letteratura. «Come si fa a respirare senza l’ossigeno che emana dai libri?» si chiede.

Il fugace incontro col simpatico analfabeta gli rivela in profondità «la magia che il libro compie ogni giorno svelando l’universo ai suoi adepti». Zweig conclude che «quanto più si vive in intimità con i libri, tanto più profondamente si sperimenta la totalità della vita», ma sostiene con buoni argomenti la sua preferenza per i classici rispetto alle «opere cupe e deprimenti» della contemporaneità.

Sarebbe d’accordo anche Luigi Mascheroni, autore di un agile e delizioso pamphlet intitolato “Libri: non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge)” nel quale snocciola una serie di dati vertiginosi. Sapevate, ad esempio, che «nel mondo oggi si pubblica un libro ogni trenta secondi» e che «soltanto per scorrere l’elenco dei titoli di tutti i libri stampati, dalla Bibbia di Gutenberg alle ultime novità, occorrono quindici anni»? Per questo, Mascheroni ci invita a non fare di tutta l’erba stampata un fascio da venerare: occorre distinguere le opere di qualità, alle quali si riferisce l’appassionato panegirico di Zweig, dall’inutile zavorra con la quale il mercato riempie gli scaffali dei librai e degli autogrill. Inoltre «i libri e la lettura non rendono migliori. Se fosse così le persone più colte sarebbero sempre un esempio di moralità», invece l’élite culturale dei senatori dell’antica Roma ordinò i roghi dei libri e l’Inquisizione che mandava all’Indice i libri e condannò Galilei era formata dalle «menti più raffinate e sottili della Chiesa». La storia ci dimostra purtroppo che la cultura non ci salva dal fanatismo e neppure dal conformismo; già che c’è Mascheroni polemizza con quanti sostengono che è sempre meglio un libro che guardare la tv: invece, come scrisse già ai suoi tempi Schopenhauer, «per ogni libro degno di essere letto c’è una gran quantità di carta straccia» mentre al contrario le serie tv attuali rappresentano «il più potente mezzo di narrazione dell’epoca contemporanea, la cui qualità estetica e sofisticatezza contenutistica ne fanno la massima espressione dell’arte di raccontare storie».

Dovremmo esortare i nostri figli a spegnere la tv e leggersi l’autobiografia di Alessandro Del Piero o il ricettario di Antonino Cannavacciuolo? E che dire poi del fatto che il libro più venduto nel 2019 è “Le corna stanno bene su tutto, ma io stavo meglio senza” della influencer Giulia De Lellis? La risposta è delegata all’ultranovantenne Raffaele La Capria, forse il nostro maggior prosatore vivente: «C’è, in chi li accoglie e li fa passare per scrittori, un conformismo che è a sua volta mancanza di cultura». La verità, ci dice Mascheroni, è che «non tutti i libri valgono la pena di essere letti». Bisognerebbe insegnare ai ragazzi che, come ripeteva Tullio De Mauro, «leggere è difficile», aiutarli ad affrontare Gadda e Landolfi, Montale e Pavese, insegnare loro a distinguere tra Anna Maria Ortese e Teresa Ciabatti. Anziché incentivare la retorica sulla lettura sempre e comunque, meglio dare retta ad Alfonso Berardinelli quando sostiene che «i peggiori nemici dei libri che vale la pena di leggere sono i troppi libri che li sommergono».

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