Sicurezza
Un agente 007 che non t’aspetti per l’ultima puntata della serie
L’avventura tradisce lo spirito di James Bond: poche sequenze spettacolari Attesa anche per il vincitore del festival di Cannes e per il nuovo di Moretti
Fabio Canessa
Siamo in ottobre e, mentre il box office langue, la distribuzione lancia i grossi calibri. Film che dovevano uscire da tempo, che la pandemia ha bloccato e che i produttori non hanno voluto sprecare nelle piattaforme di Netflix, Sky o Prime Video perché erano convinti che potessero garantire incassi record.
Arriva l’attesissimo 007, già entrato nella storia perché sarà definitivamente l’ultimo della serie, ma arrivano anche le opere di Cannes e di Venezia. Ce n’è per tutti i gusti, da riempire le platee popolari e deliziare il palato fine dei cinefili.
Vedremo la prossima settimana se il mercato cinematografico, attualmente in sala di rianimazione, riprenderà finalmente a respirare bene.
“No time to die” di Cary Fukunaga con Daniel Craig, Rami Malek, Lea Seydoux. A quasi sessant’anni dal primo, il venticinquesimo film chiude la più lunga e famosa saga della storia del cinema.
Ma per i fan di 007 sarà uno shock, perché l’ultima avventura tradisce profondamente lo spirito di James Bond: figlio più dell’aria del tempo che di Ian Fleming, il kolossal diretto da Fukunaga ha come muse il valore della famiglia e il senso del patetico, tutta roba finora aliena all’agente segreto con licenza di uccidere.
Finalizzata solo alla storica conclusione, la sceneggiatura trascura il plot avventuroso, dall’intreccio banale e confuso, né sfrutta come potrebbe gli ottimi ma fugaci Rami Malek e Christoph Waltz, Ana de Armas e Ralph Fiennes.
Troppo lungo (quasi tre ore) e troppo programmatico, dopo una prima parte con le consuete sequenze spettacolari, il film si illanguidisce fino a snaturare del tutto il personaggio.
Facciamo anche conoscenza con la nuova 007, donna e di colore, però dalla personalità finora scialba. Sarebbe stato meglio chiudere con “Skyfall”, quello sì che era un capolavoro.
Voto: 6.
“Titane” di Julia Ducournau con Vincent Lindon, Agathe Rousselle, Garance Marillier.
Il vincitore scandaloso del Festival di Cannes ha diviso pubblico e critica: chi grida al capolavoro, chi lo stronca come una schifezza. Invece non è né l’uno né l’altra, ma un film imperfetto e interessante che rispecchia bene i nostri tempi complicati.
Fiaba allucinata da fumetto nero, pochissimo adatta alle anime belle, ha come eroina una serial killer che, dopo aver sterminato famiglia e conoscenti, rimane incinta di una Cadillac (infatti anziché latte versa dal seno olio nero) e si finge un maschio per farsi adottare da un vigile del fuoco il cui figlio è scomparso da anni. La Ducornau non ha il talento di Cronenberg o Lars Von Trier (ai quali un po’ assomiglia) ma la sua poetica dell’eccesso, così splatter e sopra le righe, ha una tenuta sorprendente nell’evitare il rischio della saturazione e del ridicolo.
Attori impeccabili e una morale che supera ogni questione di gender o diversità, predicando l’accettazione amorosa di qualsiasi creatura sia venuta al mondo, anche il figlio della Cadillac. “Io ci sono” è la battuta finale di Vincent Lindon.
Voto: 7.
“Tre piani” di Nanni Moretti con Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher.
Come 007, anche Nanni Moretti rischia di deludere i fan per aver cambiato il suo cinema e il suo personaggio, dimenticando l’ironia e incupendo la vena.
Intrecciando le vicende di tre famiglie di un condominio romano, il film mette in scena, portandole in superficie, tutte le paure che ci tolgono il sonno: il figlio di un giudice integerrimo, ubriaco al volante, investe e uccide una passante; una coppia sospetta che l’anziano vicino di casa sia un pedofilo e abbia molestato la loro bambina; una donna, lasciata troppo sola dal marito che lavora lontano, teme di avere ereditato dalla madre una malattia mentale.
Non tutto funziona, perché la sceneggiatura è zeppa di situazioni implausibili e la recitazione è disuguale (molto meglio le attrici degli attori), ma i pregi prevalgono sui difetti.
Impaginato da una fotografia elegante e sostenuto da una tensione crescente, il film è una sinfonia del disagio contemporaneo, della difficoltà di capirsi e della solitudine interiore cui siamo destinati.
Non esente da goffaggini, ma orchestrata con grazia.
Voto: 7.
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