Gioco
L’altra vita di Giacomo infermiere in corsia «Nel mio romanzo parla la sofferenza
Per undici anni ha lavorato nell’ospedale di Legnano «Nel reparto di oncologia a contatto con la morte»
ALICE BENATTI
Forse non molti sanno che nel passato di Giacomo Poretti – l’amatissimo “Giacomino” del popolare trio Aldo, Giovanni e Giacomo – ci sono 11 anni da infermiere trascorsi all’ospedale di Legnano, in provincia di Milano.
Attraverso la storia tragicomica di Sandrino (detto “Saetta”) il comico porta questioni e riflessioni maturate tra le corsie dei reparti nel romanzo “Turno di notte” (Mondadori), che presenterà a Mirandola (in provincia di Modena) domani alle 19, alla Tenda della Memoria, nell’ambito del Memoria Festival.
Intanto in quali reparti ha lavorato? Dato che cambia non solo il lavoro ma anche la relazione con chi si ha in cura…
«È quello che racconto nel romanzo perché il protagonista gira un bel po’ di reparti soffermandosi in particolare su due o tre che poi diventano fondamentali: i primi sono la chirurgia plastica e l’ortopedia, poi c’è il reparto di oncologia. Ma naturalmente durante il tirocinio un infermiere li gira un po’ tutti».
In oncologia si entra in contatto con la morte. Come trovare il giusto equilibro nel rapporto con il paziente?
«Credo non siano cose insegnabili, si possono solo segnalare perché un grave pericolo per chi lavora in ospedale è il cinismo o, al contrario, la troppa affezione all’ammalato. Come un personaggio del romanzo spiega a Saetta, il mio protagonista, un infermiere o un medico devono cercare di curare gli ammalati come se fossero dei loro amici ma non devono affezionarsi a loro come se fossero degli amici perché altrimenti rischierebbero di perdere amici più e più volte la settimana. Quindi il lavoro molto delicato è riuscire a stare in bilico, in equilibrio, su quelle due situazioni che credo non si possano vivere in maniera netta. È qualcosa di faticoso e anche di misterioso perché è nella coscienza di ognuno».
Ascolti, ma Sandrino è il suo alter ego perfetto oppure no?
«Perfetto non lo so. C’è qualcosa di mio, ma il libro non è completamente autobiografico: è una via di mezzo fra il romanzo e i ricordi pescati nell’esperienza del lavoro. Il fatto di farli raccontare da Sandrino mi permetteva di prendere le distanze, di uscire da me.
Quando un comico scrive un libro si pensa sempre voglia far ridere, ma non solo in questo caso…giusto?
«Il fatto di essere un umorista, come mi ritengo, quindi di aver avuto in dono un linguaggio particolare che è quello dell’ironia, mi consente di raccontare la realtà in forma leggera pur trattando temi anche dolorosissimi come quelli della malattia e della morte. Sono riflessioni che capitano a chiunque – perché tutti ci siamo interrogati su certe cose – e io l’ho voluto fare nel modo che mi viene più facile».
Una riflessione sul luogo dell’ospedale che arriva in un periodo decisamente particolare. Cosa ha provato a vedere gli ospedali in tale sofferenza nell’ultimo anno e mezzo?
«Beh, mi sono ricordato di tutte le fatiche che si provano facendo quel lavoro, che in questo anno e mezzo sono senza dubbio raddoppiate, soprattutto i primi mesi. Quindi, da un lato, mi sono preoccupato e dall’altro ho detto “meno male che non sono più lì adesso” perché sarebbe stata una fatica alla quale non ci si sarebbe potuti sottrarre però una fatica immensa».
Ha intitolato il libro “Turno di notte”, qual è il classico turno di notte a cui è chiamato un infermiere? Molti, da fuori, pensano che non si faccia granché…
«Lo racconto all’inizio del romanzo, tra l’altro il turno di notte svolto da solo. Adesso credo non capiti più se non rarissimamente, ma negli anni Settanta a Sandrino capitava di fare il turno di notte da solo quindi oltre alla preoccupazione che non succedesse nulla di grave agli ammalati aveva anche quella del sonno perché è inevitabile: nonostante tutta l’esperienza alle 3 e mezza di notte ti coglie un sonno mortale quindi la fatica più grossa è quella di stare sveglio».
Come cambiano la vita i turni di notte? E come incidono sulle relazioni…
«Anche questo Sandrino ha cercato di raccontarlo perché quando tu finisci di lavorare alle 10 di sera e vuoi raggiungere gli amici, quando arrivi per il gruppo è già ora di andare a casa. Oppure ci sono sere in cui vorresti andare al cinema, a teatro o in pizzeria ma alle 10 inizi a lavorare fino alle 6 del mattino. Quindi un po’ le relazioni rischiano di cambiare, quello sì. Come in tutte le cose uno si adatta, cambiano le amicizie, le frequentazioni… i turni di sera e di notte rischiano di modificare tanto».
Nel libro parla della caposala suor Silvina, è una persona con cui lei ha lavorato veramente?
«Silvina è esistita, ma non le posso dire se il nome è vero o no. È una figura centrale che ha avuto molto da insegnare non solo a me ma a tutti quelli che sono venuti in contatto con lei: i pazienti, i loro parenti, i medici».
Progetti futuri? Suoi personali e del trio…»
«Come trio ne parleremo l’anno prossimo perché il Covid ha bloccato un po’ tutte le attività. Invece personalmente in questi anni sono impegnato con Luca Doninelli e Gabriele Allevi nella conduzione del Teatro Oscar a Milano, che tra un po’ dovrebbe ripartire quindi siamo lì, stiamo ultimando le programmazioni e altre cose. E poi c’è questo spettacolo che è tratto dal romanzo, e viceversa, “Chiedimi se sono di turno”, con cui ricomincerò a girare appena si potrà».
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