Gioco
Le pagine di Rovelli risvegliano gli zingari felici di Claudio Lolli
Nel romanzo dello scrittore apuano un’ispirata rilettura della stagione del Settantasette
Libero Red Dolce
La tipica diagonale grafica di Minimum Fax, divide a metà un ritratto giovanile di Claudio Lolli. È la perfetta porta d’ingresso a un romanzo che si propone di sotterrare la pigra consuetudine del cantautore triste (in bianco e nero) rinnovandolo nel poeta-cantautore generazionale, anche suo malgrado (il seppiato). Un libro in lotta contro una memoria ingenerosa, che Marco Rovelli decide di sfidare con un coro di voci.
Claudio Lolli, per chi non lo conoscesse, è il cantautore bolognese che più di ogni altro collega divenne il portavoce delle generazione del Settantasette. I fratelli e le sorelle minori della generazione “super politica” del Sessantotto, alimentati da una rabbia creativa più incendiaria e già incupiti da una stagione di repressione, bombe di Stato e crisi economica che covava in sé il seme della disillusione. Lolli, poeta timido, apparentemente aspro, parlò il linguaggio di quel tempo. La voce del “Movimento”. A tal punto da faticare molto più di altri contemporanei (Guccini, De André, Dalla) nell’attraversare il fiumegenerazionale. Relegato a un culto da iniziati.
La scrittura di Rovelli è come carta velina, in trasparenza si può distinguere la silhouette dello scrittore mentre compie le sue ricerche . Una biografia, forse. Oppure una scoperta, come l’apertura di un baule, dimenticato in soffitta. Pieno di oggetti tirati fuori a caso, assemblati e rimessi in ordine, in modo da comporre un collage biografico. E ambientale. Ci sono i miti, i numi tutelari, gli amori e le sconfitte di una generazione. E ogni cosa che Rovelli tocca, finisce per avere una voce: chitarre, figurine, foto, amici e sconosciuti. E in “Siamo noi a far ricca la terra” decide d’impugnare la bacchetta del direttore d’orchestra. Bada al ritmo, controlla l’andamento e sorveglia le dinamiche. Non mancando di concedersi, in quelle che forse sono le più intense pagine del libro, qualche ritaglio da voce solista; inventa così “il doppio”, il personaggio che è controfigura, coscienza critica e voce “in presa diretta” di Lolli. Il gioco letterario funziona anche in virtù delle sovrapposizioni. Cantautore, insegnante e scrittore, tutto questo è stato Lolli; e tutto questo è anche Rovelli. Un sentire comune che va oltre al “mestiere”. Rovelli con i personaggi del libro fa qualcosa di complicato, possibile anche grazie a questa vicinanza. Non segue scorciatoie, ma li interroga e li mette in moto a livello immaginativo.
Sarebbe stato già un eccellente lavoro biografico quello fatto mettendo in connessione opera e autore, circostanze biografiche ed espressione artistica. Avremmo avuto in mano una biografia sfaccettata. Il testo si spinge oltre, collocandosi in un territorio meticcio e variegato. “Zingaro”, mi suggerisce una voce. Un esempio. “Anna di Francia”, personaggio di una canzone di Lolli, è una delle tante figure che compongono la polifonia di “Siamo noi a far ricca la terra”. Tramite lei apprenderemo qual è stata l’ispirazione del brano, la sua gestazione e fortuna, ma più avanti, a sorpresa, Anna è al contempo guida e spiegazione per il lettore. Funziona come un tracciante per seguire la poetica di Lolli. La “Anna” di Rovelli è un alias di quella di Lolli, la contiene e la amplia.
Il libro si chiude con un bianco e nero di Lolli al microfono, osservato da un rapito Rovelli sullo sfondo, che lo ascolta abbandonato sul leggio. Il sigillo su un atto d’amore. E non importa che non abbia del tutto convinto il tentativo di ripulire la memoria di Lolli dalla fama di cantautore triste. Avanzando tra le pagine non scolorisce del tutto l’impressione (pigra, sì) di un uomo attraversato da una certa melanconia. Che con è lo stesso della tristezza, certo. Con la capacità di ricamarla nella sua opera, trasfigurandola con l’amore, l’ironia e la speranza. La piazza contraddittoria dell’esistenza.
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