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Del Giudice, scrittore in anticipo ingiustamente finito fuori moda

Lorenzo Marchese

Morto pochi giorni fa, con “Lo stadio di Wimbledon” era stato uno dei più acclamati negli anni ’80

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Lorenzo Marchese

Non si esce vivi dagli anni Ottanta, cantavano gli Afterhours: per Daniele Del Giudice è stato vero nel più metaforico e crudele dei sensi. In quel decennio, era considerato generalmente uno degli autori più importanti della letteratura italiana del dopoguerra. E i necrologi, dalla sua morte avvenuta il 2 settembre scorso, ribadiscono stancamente questa opinione: omettendo che Del Giudice oggi in Italia non viene più letto se non da pochi appassionati, è uscito da ogni discussione in corso su ciò che oggi d’importante si scrive. Ha mantenuto molto più seguito in Francia, dove gli sono stati dedicati due ottimi studi critici e la sua opera d’esordio “Lo stadio di Wimbledon” (1983) ha avuto un adattamento cinematografico nel 2001, per la regia di Mathieu Amalric.

Ma da quando, circa vent’anni fa, si è iniziato a insistere su concetti come “ritorno alla realtà”, scritture fra denuncia e impegno, ritorno a una scrittura egotica e ipertrofica, la letteratura italiana contemporanea non ha più avuto molto a che spartire con lui. Le sue considerazioni sull’uso dell’io, dicono molto della sua inattualità: «Io ho sempre l’impressione che la soggettività sia non la partenza ma quello che irriducibilmente uno scopre alla fine, nel senso che alla fine si può scoprire che c’è un punto diverso da tutti gli altri, molto mobile, continuamente mobile, che posso chiamare “io”». La sua pagina non respinge per contenuti estremi (pornografia, violenza, cronaca nera) che ossessionano oggi chiunque scriva e legga. È preda di una specie di essenzialità cerebrale, in cui i personaggi sono mossi da tensioni ignote («Togliere, finché le cose stanno in piedi da sole per una loro tensione, o perché sorrette da qualcun altro», si legge nello “Stadio di Wimbledon”) e le psicologie prendono consistenza nella loro relazione con la tecnologia e gli oggetti circostanti.

Non aveva ambizioni massimaliste da grande romanziere italiano (ne ha pubblicato solo uno, a dir poco eccentrico, nel 1988: “Atlante occidentale”). È rimasto un narratore fino a “Mania” del 1997, l’ultima raccolta compiutamente autoriale, con i racconti scritti nell’arco di dodici anni: eppure, non ha mai scritto nella prosa frammentaria e anti-narrativa dell’ultimo Calvino. Si può dire ormai – nonostante i punti di contatto fin troppo sottolineati per via della quarta di copertina di Calvino alla prima edizione de “Lo stadio di Wimbledon” – che Del Giudice non ne è mai stato un continuatore. Lo stimava, a volte ci si confrontava: il racconto “Dillon Bay” è una magnifica variazione creativa sul racconto “Il Conte di Montecristo” dello scrittore ligure. Ma Calvino usava la scienza come serbatoio dell’immaginario, con un approccio ancora interamente umanistico; Del Giudice sorvolava branche precise come l’ittiologia, l’aeronautica, la fisica teorica, e vi si confrontava apertamente, conservando la specificità della letteratura.

Come talvolta accade a quelli che non vanno più di moda, ha colto tempestivamente (a volte in anticipo) alcune cose importanti senza che gli venisse riconosciuto: “Lo stadio di Wimbledon” è una singolare inchiesta svuotata del peso della Storia, una non-fiction uscita quando testi così erano ancora di là da venire in Italia; “Evil Live” è un racconto calato nella dimensione e nei linguaggi dei newsgroup nell’Internet 1.0, invecchiato molto bene. E ancora: la scrittura di Del Giudice insisteva sulle marche precise degli oggetti, sui loro dettagli funzionali e molto prima di “Gioventù cannibale” (1996); quando nei Dipartimenti universitari non c’era ancora l’euforia di creare progetti e studi volti al confronto fra discipline diverse, Del Giudice proponeva spontaneamente, solo attraverso la letteratura, una conoscenza interdisciplinare della realtà.

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