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La Val d’Orcia, un paesaggio iconico che rimane in continua evoluzione

Il saggio di Benocci e Pellegrini ci fa scoprire un territorio unico che però non vuole diventare cartolina

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Un luogo concreto ma aperto a tutti i sogni. Il poeta Mario Luzi descriveva così la Val d’Orcia. Da paesaggio “lunare” a territorio agrario, fino al ruolo di icona universalmente riconosciuta in tutto il mondo. Il successo della Val d’Orcia, cinque comuni in provincia di Siena, Parco artistico, naturale e culturale, e patrimonio Unesco dal 2004, ormai è un caso che merita di essere spiegato e approfondito. Esce in libreria il 20 settembre, “Valore Val d’Orcia” (primamedia editore, 184 pp. 15 euro), il saggio giornalistico scritto da Lorenzo Benocci e Cristiano Pellegrini, con la prefazione di Osvaldo Bevilacqua, che offre spunti di riflessione sulle ragioni alla base dell’evoluzione di uno dei paesaggi più iconici mai conosciuti.

Come mai la Val d’Orcia negli ultimi trenta anni è diventata un’icona universalmente riconosciuta in tutto il mondo? Quali sono le ragioni alla base dell’evoluzione di uno dei paesaggi più iconici mai conosciuti? E perché un prodotto agricolo fatto in un territorio bello è già di per sé anche buono e desiderato? Quello della Val d’Orcia è un fenomeno che non è più solo paesaggistico, ma è anche economico e soprattutto sociale. Un riconoscimento planetario alla meraviglia del suo paesaggio, ma ancor prima a chi quel paesaggio, nel corso dei secoli, lo ha modellato seguendo gli ideali del Buon Governo del Lorenzetti.

Proprio in Val d’Orcia, quel territorio compreso esclusivamente tra i cinque comuni di Montalcino, Pienza, San Quirico d’Orcia, Castiglione d’Orcia e Radicofani, sono presenti i simboli più conosciuti e riconoscibili della Toscana: i cipressi di San Quirico, la cappella di Vitaleta, il podere Belvedere, la strada della Foce pennellata dall’architetto Pinsent, fino alle location di film pluripremiati con gli Oscar, da “Il gladiatore” a “Il paziente inglese”.

“Valore Val d’Orcia” non è una guida turistica e non è neanche un libro fotografico: si tratta invece di un focus su un paesaggio-icona, su un fenomeno sempre più in ascesa a livello globale, come anche i social network più utilizzati stanno dimostrando.

Volutamente gli autori hanno tralasciato le bellezze storiche, architettoniche e urbanistiche che si trovano all’interno dei cinque comuni della valle: dal centro storico di Pienza alla vasca allagata di Bagno Vignoni, dalla Fortezza di Montalcino alla Rocca di Radicofani, dagli Horti Leonini di San Quirico d’Orcia alla Rocca a Tentennano a Castiglione d’Orcia. Il quadro che ne emerge è un’analisi polisemica del territorio della Val d’Orcia che si rivolge a chi vive quotidianamente questo territorio, ma anche a chi lo frequenta solo per un giorno o per una vacanza, mantenendone un ricordo indelebile. Poi indubbiamente a chi ci lavora, perché può trarne qualche utile consiglio; e infine a chi lo amministra perché questa è una terra molto diversa da quella di cento anni fa e, analizzando i vari indicatori, è destinata a mutare ancora.

Gli autori, dopo aver ricostruito queste trasformazioni, iniziano un dialogo con illustri professionisti nel campo giuridico, economico, sociale, psicologico, del marketing e della fotografia; ma anche protagonisti del mondo imprenditoriale, attraverso i quali rispondono, con voce autorevole, alla domanda iniziale: come e perché il paesaggio della Val d’Orcia abbia acquisito negli ultimi trent’anni un valore così universale nel segno del suo paesaggio. Ne esce il ritratto di una comunità solidale e autentica che rifiuta lo stereotipo da cartolina; una terra che non può permettersi di essere etichettata ed ingessata dentro a luoghi comuni che talvolta le vengono affibbiati, pena la sua stessa sopravvivenza.

Ma questa terra ai confini sud della provincia di Siena, è sempre stata così come oggi la vediamo? Si chiedono gli autori. Negli anni ’30 questa valle era un paesaggio “lunare” che solo la mano sapiente dell’uomo è riuscita a trasformare in altro: prima territorio agrario, poi agricolo da lavorare e portare a produzione, fino al ruolo – dapprima inconsapevole, quindi responsabile – di icona paesaggistica riconosciuta e apprezzata ovunque. Un territorio “fluido” con cui l’uomo non hai mai smesso di interagire, lavorandolo e conservandolo mai uguale a se stesso. Proprio per questo nel saggio emerge che un territorio del genere non possa essere ingessato né cristallizzato, perché solo rimanendo dinamico e ben governato, potrà essere vissuto e tutelato.

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