Il Tirreno

LUCA CINOTTI

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Arriva il momento nella vita di ognuno nel quale, tirando in secca la rete dei bilanci, si prova a individuare il filo rosso della propria esistenza. E quando la “pescata” è toccata a Gherardo Guidi, da 45 anni al timone della Capannina di Forte dei Marmi, il bottino è stato riassumibile in poche parole: «Sono nato per far ballare e per far divertire la gente».

E l’ha fatto anche nelle due estati sotto la cappa della pandemia, rinunciano alla parte del ballo ma non a quella del divertimento. Culminato venerdì sera nel festeggiamento dei 92 anni del locale fondato nel 1929 da Achille Franceschi.

Guidi e la Capannina, Guidi e la Versilia. Legami che sembrano scontati, ma che in qualche modo devono essere scattati in lei. Come è andata?

«Per quanto riguarda la Versilia, tutto inizia negli anni Cinquanta, quando mio padre mi portò qua per la prima volta. E io rimasi a bocca aperta, davanti alle spiagge e soprattutto ai grandi alberghi lungo i viali a mare. Fu un inizio breve, ma mi rimase lì, piantato nel cuore. Così appena ho potuto, insieme a mia moglie Carla, rischiando, ho rilevato un locale».

Alla Capannina ci arriviamo tra pochissimo. Prima ci interessa sapere qualcosa del Gherardo Guidi prima della Versilia.

«Avevo fatto studi di ingegneria, poi interrotti per fare un mestiere che, a pensarci bene, ancora non ho capito bene quale sia. Fatto sta che avevo già molte esperienze nella gestione di locali, sia in Toscana sia in Emilia. E avevo lavorato anche alla televisione».

Lei ha rilevato la Capannina alla fine del 1976. Era un locale che arrivava dai fasti ormai un po’ appannati degli anni Sessanta e che lei ha saputo di nuovo imporre i vertici del divertimento in Italia. Come ha fatto?

«Innanzitutto partiamo dal dire che gestire la Capannina è una grande responsabilità. Parliamo del locale da ballo con ristorante ancora in attività più antico del mondo. Potrei dire che è un locale molto esigente. Quando qualcuno arriva in Capannina si aspetta tante cose di alto livello: una bella accoglienza, gran cibo, attrazioni di prima categoria. Per questo i primi due anni qui a Forte dei Marmi li passai a imparare: mi occupavo della cena al piano superiore e cercavo di capire qual era l’andamento del locale. È servita tanta riflessione, soprattutto nel personale. E ho dovuto imparare a fare il baciamano».

Perché il baciamano?

«Perché dalle signore degli anni Settanta era ritenuto importantissimo. Ed ero sempre contento quando mi dicevano “bravo Gherardo, lo hai imparato bene”».

Chi erano quelle signore degli anni Settanta?

«Erano donne che venivano dalla Lombardia, dall’Emilia e anche da Roma. Persone esigenti, che se sbagliavi qualcosa te lo facevano notare».

Poi sono arrivati gli anni Ottanta, con “Sapore di mare” e Jerry Calà. Che alla fine è diventato parte integrante della Capannina.

«È vero, ho puntato molto su di lui negli ultimi 25 anni. E l’ho fatto perché Jerry fa sorridere, fa sognare. Cerca di sollevare le persone dai problemi della vita quotidiana. Me ne sono accorto quando, all’inizio della nostra collaborazione, mi mettevo all’ingresso e vedevo le persone sorridere. Allora ho capito che era stata una scelta giusta».

In 45 anni lei ha portato sul palco della Capannina mostri sacri della musica mondiale. Ce n’è uno al quale è particolarmente legato?

«Ray Charles. È quello che mi ha entusiasmato di più con i suoi spettacoli. Era davvero il re del blues, ma non si trattava solo di lui: aveva un’orchestra incredibile. E io ero particolarmente interessato all’aspetto musicale, perché da ragazzo ho anche suonato la batteria in un complesso».

Facciamo così. Ora le dico altri nomi che lei ha portato in Capannina e lei dice qualcosa di loro. Partiamo da James Brown.

«Un altro re assoluto. Aveva un carisma e una fisicità ineguagliabile».

Gloria Gaynor.

«Una grande artista, molto preparata. Faceva cantare tutti, e non solo con “I will survive”. Sa che quando le capita di parlare di noi, magari a New York, ricorda sempre come si è trovata bene in Capannina?».

Grace Jones.

«La vidi su un grande cartellone pubblicitario a Parigi. Mi colpì, decisi che dovevo averla nel mio locale. Contattai immediatamente il suo agente e ci accordammo».

Quali sono invece i nomi che non è riuscito a inserire nel suo cartellone?

«Ce ne sono due in particolare che mi sono rimasti come un nodo in gola. La prima è Ella Fitzgerald. Telefonai al suo agente, il grande Norman Granz a Los Angeles, ma mi disse che “la signora stava male” e che avremmo dovuto risentirci. Allora l’anno successivo lo chiamai di nuovo e mi disse che “la signora stava ancora male”. Gli chiesi qual era il problema e mi disse che aveva un brutto diabete che le rendeva difficile spostarsi. Dopo poco tempo morì, proprio a causa di questa malattia».

E l’altro grande nome che non è riuscito a far arrivare?

«Yves Montand, cioè Ivo Livi. Un grandissimo artista. Anche in quel caso contattai i suoi agenti, che mi gelarono dicendo che non solo non sarebbe venuto a cantare da me, ma non sarebbe più tornato in Italia, Paese dal quale la famiglia aveva dovuto emigrare per motivi politici».

Quello che stiamo vivendo, con la pandemia, è il momento più difficile della sua vita personale e lavorativa?

«Le rispondo così. Io mi considero un figlio dei tempi di guerra, con tutte le difficoltà di quel periodo. E la mia forza è sempre stata quella di far ballare bene e divertire la gente».

Torniamo per un attimo alla nostra elegante ed esigente signora, la Capannina. Com’è possibile tenere ancora sulla breccia un locale così carico di storia, mentre intorno il mondo viaggia e cambia a velocità pazzesche?

«Il punto è proprio che la Capannina è rimasta uguale nel corso degli anni. È sempre la stessa, inalterata. E per questo è immediatamente riconoscibile, una generazione dopo l’altra. E chi viene sa benissimo cosa aspettarsi da questo locale».

Però le cose sono cambiate. Anche per la Versilia: secondo lei la Versilia ha davanti a sé un futuro importante?

«Certo, non siamo più nei tempi in cui in pista si ballava il liscio. Ma credo che ancora oggi quando si dice Versilia si dice Hollywood. In tutti questi anni la Versilia in realtà non è cambiata, è semplicemente andata avanti. Il piccolo industriale è diventato il grande industriale, il piccolo commerciante un grande commerciante. Però credo che questi 25 chilometri, con il mare, le montagne e la sua vita non si trovino altrove. E hanno avuto la fortuna di avere grandi impresari, come Sergio Bernardini. Un po’ meno Franceschi, con il suo locale che secondo me era troppo elitario».

Alla fine si ritorna sempre lì, alla Capannina. Qual è stato il suo ruolo nella storia di Forte dei Marmi e della Versilia?

«La Capannina ha aiutato molto Forte dei Marmi, come Forte dei Marmi ha aiutato molto la Capannina. Ma il punto è, come dicono gli americani, che la Versilia è sempre un luogo very, very good».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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