Gioco
Jeo1: «Abbiamo smontato l’idea inculcata alle bimbe delle nozze salvatrici»
Non c’è dubbio: l’accoppiata è vincente e questa rilettura di “Cenerentola”, scritta da Fumettibrutti, deve senz’altro molto della sua riuscita ai disegni di Joe1, al secolo Roberta Muci, giovane fumettista d’origine salentina, ora a Bologna. Uno pseudonimo rubato a una canzone dei Fugazi, a rimarcare l’indole battagliera, peraltro confermata dallo stile diretto, anfetaminico, pop e cartoonoso, che si nutre di manga, ma anche di autori come Jamie Hewlett e Davide Toffolo, oltre che di musica punk e cinema.
Un suo racconto era già apparso sull’antologia “Sporchi e subito”, curata proprio da Fumettibrutti. «Io e Josephine abbiamo una grande confidenza – dice Joe1 – lavorare a un progetto comune è stato bello, nonostante la pandemia ci abbia tenute distanti. La linearità della sua sceneggiatura è stata perfetta per me che tendo a narrazioni e immagini meno esplicite. E poi mi ha aiutato a sconfiggere la mia insicurezza nell’affrontare una storia lunga, io prediligo la forma del racconto breve, poco amato dagli editori».
Una rilettura beffarda, ma anche molto politica. «Abbiamo bisogno di questo tipo di riscritture – spiega – è una parte del percorso di autodeterminazione che da femminista porto avanti tutti i giorni e in ogni ambito della mia vita. Sicuramente è il risvolto più ironico, come un dito medio alle brutture che hanno cercato di imporci fin da bambine. Era importante smontare alcune dinamiche della Cenerentola che tutti conosciamo, intendo la versione Disney. In primis, la sorellanza tossica che viene rappresentata nel rapporto tra Cenerentola, Anastasia e Genoveffa, ma anche il classismo implicito nell’idea che una fanciulla sfortunata possa cambiare la sua vita solo tramite il matrimonio con un uomo, possibilmente ricco e borghese. Io vengo da percorsi di militanza politica attiva. È necessario, per interiorizzare davvero le istanze del femminismo, creare opportunità di confronto, momenti comunitari, anche di lotta. Perché è delle nostre vite e dei nostri corpi che si sta parlando e siamo stanche che sia sempre qualcun altro a farlo per noi».
G.S.
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