Il Tirreno

al cinema 35 anni fa 

Noi che siamo cresciuti con “Stand by me” Quando un film è un compagno per la vita

FRANCESCA LENZI
Noi che siamo cresciuti con “Stand by me” Quando un film è un compagno per la vita

Una pellicola sulla memoria e sul tempo perduto, nella convinzione che non avremo più gli amici dei nostri 12 anni 

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FRANCESCA LENZI

Ma quanto è stato bello essere bambini negli anni ottanta?

Tantissimo. Beato chi è diventato adolescente fra gli ’80 e i’ 90 che, ad aiutarlo in quel difficile passaggio fra l’innocenza e il diventare grandi, è stato anche e soprattutto il cinema.

Grazie a storie indimenticabili. Racconti da stropicciarsi gli occhi. Film che andrebbero fatti vedere nelle scuole, e poi a casa. O viceversa. Più e più volte.

Nel 1984 esce “La storia infinita” di Wolfgang Petersen, con il regno di Fantàsia minacciato dal Nulla, e Falkor, l’imperatrice bambina, Atreyu e il cavallo Artax inghiottito dalle paludi della tristezza. Una sequenza che ha creato più traumi nel giovane pubblico che la mamma morta di Bambi.

Nel 1985 nei cinema arrivano I Goonies creati dal trio delle meraviglie Spielberg-Columbus-Donner. Nel quartiere “Goon Docks” di una cittadina dell’Oregon, alcuni ragazzini vivono una fantastica avventura alla ricerca di un tesoro, con tanto di pirati ed emozioni a non finire.

L’anno successivo, il 6 agosto di 35 anni fa, nell’ambito di un’anteprima a Los Angeles, e l’8 agosto in tutte le sale statunitensi, sarà la volta di un altro racconto su quell’età così complicata. Bellissima e tragica insieme.

Piena di futuro e con un piede già nel presente, mentre si moltiplicano le possibilità e le alternative.

Parliamo di “Stand by me”, film di Rob Reiner, tratto dal racconto di Stephen King, Il corpo, inserito nel volume “Stagioni diverse”, pubblicato nel 1982.

Delle tre pellicole, uscite in sequenza, quella di Reiner (che nel 1989 girerà la famosissima commedia Harry, ti presento Sally) è senza dubbio la meno conosciuta. La più sottovalutata, e a torto. Fra l’altro in Italia arriverà solo l’anno successo, il 29 marzo del 1987, conservando stranamente il titolo originale, con l’aggiunta della didascalia “Ricordo di un’estate”. Accontentiamoci che per altri film è andata molto peggio, con traduzioni scellerate (ricordiamo su tutte “Se mi lasci ti cancello” al posto del bellissimo “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”).

Tornando a “Stand by me”, Reiner e gli sceneggiatori Raynold Gideon, Bruce A. Evans, partivano da una base solida e vincente, ossia un racconto del re King con protagonisti alcuni ragazzini, non più bambini e non ancora uomini. Più o meno come quelli di It.

C’è da dire che lo scrittore quando ambienta le sue storie nei paesini di frontiera, e li fa abitare da giovani interpreti, non sbaglia mai.

Reiner ne accoglie l’atmosfera, assecondando perfettamente l’alchimia narrativa e, alla fine, viene fuori uno dei film più belli sull’adolescenza, sapientemente sospeso fra sentimento e avventura.

Siamo nell’estate del 1959, anche qui, come nei Goonies, in un paesino dell’Oregon. Quattro ragazzini, Gordie, Chris, Teddy e Vern spezzano l’indolente monotonia della stagione grazie a una ghiotta occasione: Vern ha sentito di un cadavere rinvenuto a qualche decina di chilometri di distanza, e il gruppetto decide di azzardare il viaggio alla ricerca del corpo, appartenuto in vita a un loro coetaneo, uscito un bel giorno per fare mirtilli, e mai più tornato.

Non è solo un’avventura, ma un vero e proprio percorso di iniziazione, nel quale i quattro amici – tutti con problemi familiari – cambieranno per sempre. A interpretarli i giovanissimi Wil Wheaton (famoso nella serie “The big bang theory”), Corey Scott Feldman (presente anche nei “Goonies”), Jerry O’Connell (Il mio amico Ultraman) e il mai dimenticato River Phoenix. “Stand by me” (candidato agli Oscar per la sceneggiatura e con il titolo della famosa canzone di Ben E. King) è un miracolo a mezz’aria, fra passato e futuro, nostalgia e crescita.

È un mondo dove «gli amici vanno e vengono, come i fattorini di un albergo».

È un film sulla memoria e sull’opportunità, sul tempo perduto e sulla convinzione che non si avranno mai più amici come quelli che avevamo a 12 anni ché, come chiude la voce narrante alla fine della storia: «Gesù, ma chi li ha?».



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