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Emilio Guariglia

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Emilio Guariglia

Saturnia. Stasera a Terme di Saturnia si celebra il gala conclusivo del Saturnia Film Festival. Un’edizione dedicata, oltre il concorso, a Federico Fellini, alla sua moglie e musa Giulietta Masina e a un amico speciale del grande regista, l’altrettanto grande sceneggiatore Tullio Pinelli, nel cui nome i festival ha istituito un premio alla sceneggiatura. Da capolavori felliniani come “La strada”, “Le notti di Cabiria” e “La dolce vita, al film culto di Mario Monicelli “Amici miei”, dietro una bella fetta della magnifica stagione del cinema italiano c’è la firma di Pinelli. E l’omaggio a Pinelli proprio qui, nelle terre del tufo al sud della Toscana, non è casuale.

Torinese classe 1908, Tullio Pinelli a Pitigliano aveva infatti la sua “dimora dell’anima”. Vi era approdato dodicenne con il padre che vi aveva acquistato terre e che, nel 1928, vi costruì una villa. E in questa terra etrusca, nei “cavoni” incisi nel tufo o nei racconti senza tempo dei contadini, aveva scoperto il fascino del mito e del mistero all’origine – avrebbe poi sempre ripetuto – della sua scrittura.

«Qui a Pitigliano – disse Pinelli in un’intervista al Tirreno – circolano leggende antiche... Ricordo un fattore e i suoi figliuoli che mi narravano storie fantastiche. O quella contadina che un giorno, nei campi, mi parlò del carro d’oro nascosto nella tomba del re Tarquinio. Una leggenda antichissima, ma per lei, per questa gente, era come un fatto di tutti i giorni».

Era il dicembre 2000. Pinelli, allora 92enne, riceveva a Pitigliano l’omaggio di un altro splendido festival che oggi non c’è più, “Maremma Doc”. E non aveva dubbi: «Sì – spiegava – tutto ciò mi ispirò un dramma per teatro, “I padri Etruschi”, che fu un successo e mi spalancò le porte per il cinema».

Nel ‘41 la Lux gli aveva fatto il primo contratto per una sceneggiatura, “La figlia del capitano” di Camerini. E proprio nei corridoi della Lux, in quegli anni, incrociò per la prima volta Fellini. Un’amicizia che diventò indissolubile dopo una straordinaria avventura ancora una volta in Toscana, a Livorno. «Era il 1947, pieno dopoguerra», raccontò al Tirreno. «Io e Federico dovevamo scrivere la sceneggiatura per un film di Lattuada, “Senza Pietà”. E, come si usava negli anni del neorealismo, andammo in esplorazione per avere suggerimenti preziosi dalla realtà, per decidere dove girare. Qualcuno ci aveva detto che a Livorno, al tombolo, c’era un immenso accampamento per i rifornimenti delle truppe americane. Un posto dove si potevano scoprire situazioni inimmaginabili. Ma era pericoloso, perché il campo era assediato da persone di ogni genere, bande di ragazzini, delinquenti, disertori, che portavano via tutto quel che potevano per rivenderlo al mercato nero. E poi le “signorine”, arrivate lì da ogni parte d’Italia per i soldati, bianchi e neri... Ci restammo una settimana. E per passare inosservati attraversavamo la foresta, tra la ferrovia e il mare, travestiti da straccioni. Così capimmo tutto, l’ambiente, i fatti... Eravamo diventati amici di questi sbandati che di notte entravano nel campo e rubavano vestiti, scarpe, medicinali».

Ed era nata un’amicizia che avrebbe segnato la storia del cinema. —

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