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La leggenda di Lampo, cane viaggiatore: 60 anni fa l’addio alla star a quattro zampe
Un fenomeno editoriale che arrivò anche alla Disney grazie al capostazione di Campiglia e al fratello giornalista
PIOMBINO. Ci sono storie che restano scolpite nel tempo. E, nonostante l’avanzare inesorabile degli anni, sono ancora nel cuore di comunità intere. Lo si è capito bene ieri sera quando, a Venturina Terme, il paese si è raccolto per l’anniversario di Lampo il cane viaggiatore, a sessant’anni dalla sua morte. Era il 22 luglio del 1961 quando il bastardino cessò di vivere, investito da un treno merci in manovra alla stazione di Campiglia, dove da anni è stata realizzata una statua in suo ricordo. La stazione, del resto, era casa sua.
Scelse Elvio Barlettani, all’epoca vicecapostazione, come padrone. Conosceva orari e coincidenze, saliva e scendeva dai treni per accompagnare la padroncina Mirna all’asilo. Lampo si fece conoscere da tutti, ma è dopo la morte che diventò davvero famoso in tutto il mondo. Il motivo? Un libro. Scritto dal padrone e ferroviere Elvio Barlettani (morto nel 2006), con l’aiuto della maestra Conti, scrupolosa correttrice di bozze. Non solo. Ivio Barlettani, fratello del vicecapostazione, giornalista e per anni caposervizio della redazione piombinese del Tirreno e corrispondente dell’Ansa, giocò un ruolo chiave dietro le quinte. Sia durante la scrittura del libro, sia dopo, quando la storia di Lampo entrò nei circuiti delle grandi case editrici, giornali e televisioni di tutto il mondo fino, addirittura, alla firma di un contratto di esclusiva con Walt Disney. Sapeva bene di avere per le mani una grande storia, e con il fratello riuscì a renderla immortale. «Di spunti ce ne sarebbero migliaia, dobbiamo concentrarci sugli aspetti più importanti». Ivio Barlettani entra in quella che per anni è stata la sua redazione giornalistica e pone sulla scrivania una manciata di libri e pubblicazioni di tanti anni fa, italiane ed estere. Un concentrato della storia di Lampo. Della vita del bastardino e del percorso editoriale seguito alla sua morte. Ma, come spesso accade per i libri rimasti nella storia, il percorso di Lampo non fu una corsa priva di ostacoli.
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Pasolini: «È un fiasco»
Chi non avrebbe scommesso cento lire sul successo del libro di Lampo era il grande Pierpaolo Pasolini. Ivio Barlettani ricorda bene quando lo scrittore, firma di punta della casa editrice Garzanti, venne a Baratti, ospite del pittore campigliese d’adozione Sergio Agostini in una baracca sul mare. Pasolini era con due giornalisti dell’Avanti, lavorava alla stesura del “Vangelo secondo Matteo”. «Lo incontrai – racconta – non andò per il sottile: “Il libro del cane sarà un fiasco”, mi disse. “Mi dispiace, non te la prendere”. Io gli dissi: “Ne riparleremo”. Non ci crederete, ma mi richiamò tempo dopo per dirmi che si era sbagliato: “Mi devo scusare con te amico mio”, mi disse. Nel frattempo la Garzanti aveva stipulato contratti in mezzo mondo».
Inizio in salita
Ma la strada verso il successo, per Lampo, è iniziata in salita. Il librò fu pubblicato nel 1962. Ma in un primo momento le case editrici snobbarono la storia dei Barlettani. «Mandammo i manoscritti in giro per l’Italia, ma non rispondeva nessuno – racconta Ivio Barlettani – Ricordo che, alla fine, fummo contattati da una piccola casa editrice del nord. Facemmo l’accordo a malincuore, non ci aveva risposto nessun altro. Io e mio fratello firmammo il contratto e ci dirigemmo alla stazione. A quel punto chiamammo a casa: “Guarda Ivio, è arrivato un telegramma, Garzanti pubblica il libro». Non ci pensarono due volte, tornarono alla sede della piccola casa editrice. «Dissi a Elvio di seguirmi e di improvvisare – racconta Ivio Barlettani – dissi che nella nostra copia del contratto c’erano dettagli diversi a quello che avevano loro. Si offesero: “Non siamo mica dei banditi!”. Aprirono la cassaforte e ci misero il contratto in mano. Mio fratello fu lesto, finse di dare di matto, stracciò e si mangiò la copia. Oh, c’era la Garzanti, non avevamo scelta. Ci dissero di uscire, non se ne fece di nulla. E quando arrivammo davanti al taxi facemmo pure il gesto dell’ombrello, non se lo meritavamo ma che vuoi fare, siamo toscani». I fratelli andarono subito a Milano, incontrarono Paola Dalai della Garzanti: e così iniziò la loro avventura editoriale.
La moglie di Montanelli
La storia di Lampo non passò inosservata. Tanto da incuriosire Colette Cacciapuoti Rosselli, alias Donna Letizia, la moglie di Indro Montanelli, che allora scriveva per il periodico “L’Europeo”. «Quando seppe che Garzanti aveva preso il libro si arrabbiò con sé stessa e con la casa editrice Mondadori, sapeva di aver perso un’occasione – racconta Barlettani – per rivalsa si attivò per fare il monumento in ricordo di Lampo. Coinvolse la rivista americana This Week Magazine, ma io ed Elvio abbiamo voluto coinvolgere in questa impresa i ferrovieri italiani, che infatti sono citati nella dedica della statua realizzata dallo scultore Spadini. La scultura doveva essere realizzata nel 1962, per quello spinsi affinché Garzanti facesse uscire il libro entro quell’anno. Ci riuscimmo, a luglio ci fu inaugurazione del monumento con tanto di banda».
Il contratto Disney
La storia di Lampo è arrivata persino in America. Elvio e Ivio Barlettani furono ricevuti negli studi della Walt Dismey a San Francisco. Ormai Lampo era un personaggio mondiale, grazie alle trovate di Barlettani. «Firmammo un contratto per i diritti in esclusiva per molti anni. Oltre ai film e ai documentari produssero gadget, magliette e portachiavi di Lampo. Poi negli anni Settanta arrivarono i giapponesi. Era un via vai di persone che venivano da noi per essere accompagnati al monumento».
Il treno del presidente
«Io smossi il mondo, ero del mestiere, sapevo come lanciare un evento». Barlettani ricorda con piacere gli episodi di Lampo. Come il giorno dell’inaugurazione del monumento. «Il treno che da Roma andava a San Rossore con a bordo il presidente Gronchi si soffermò alla stazione di Campiglia e fischiò tre volte in segno di saluto». Era una storia da prima pagina. Insomma, niente di nuovo per uno come Barlettani. —
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