Il Tirreno

«La fotografia è morta e anche il copyright» La parabola di Oliviero

Maria Meini
«La fotografia è morta e anche il copyright» La parabola di Oliviero

Toscani è protagonista di un libro appena uscito scritto da un altro fotografo, Pino Bertelli  «Ha fatto tutto lui, siamo amici. Entrambi interessati all’aspetto umano, ai comportamenti»

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L’INTERVISTA/1

Maria Meini

Anarchia a modo mio, positivo. Potrebbe essere il nuovo motto di Oliviero Toscani, il fotografo della provocazione intelligente. Toscani ha anticipato tendenze e costume con le sue foto, la rivoluzione femminile, l’integrazione razziale, le grandi battaglie civili: i faccioni per Benetton, il nudo anoressico, ma soprattutto quei jeans che fasciano un culo di donna e avvertono “Chi mi ama mi segua”. È il 1973.

Toscani, un libro su di lei, scritto da un altro fotografo, Pino Bertelli. Fotografo di reportage sociali. Anarchico. Che effetto le fa?

«È tanto che me lo dice Pino: scriverò un libro su di te, scrivo un libro su di te. E alla fine me l’ha portato, incredibile! Ha fatto tutto lui. Siamo amici da tanti anni, siamo diversi io e Pino, ma ci unisce un rispetto reciproco. Lavoriamo in campi molto lontani ma poi mica tanto, ci occupiamo entrambi di società e di umanità. Anarchici? Sì, sono anarchico, un’anarchia a modo mio, positivo».

Cosa significa?

«Eh, non sono quello che spacca le macchine. È un’anarchia da radicale, la mia, contro tutti i regimi. Io sono nato e morirò radicale perché questo è il futuro dell’umanità, quando saremo radicali saremo civili. Adesso tutti cominciano a capire che Marco Pannella aveva ragione nelle sue battaglie, anche nel suo anticomunismo».

Il libro di Bertelli comincia con un’avvertenza: “Ogni frase è riproducibile senza l’obbligo di citare né l’autore né la fonte. Il primo atto di libertà nasce con la disobbedienza”. La frase è sua?

«Potrebbe essere, perché anch’io sono contro il copyright, che è sempre meno gestibile. Io fischio Mozart e Dalla... non è possibile difendere il copyright, non ci credo. È come la difesa della fotografia originale: la fotografia non è come la pittura, si ispira a un’immagine e può essere copiata».

Detto da un fotografo, come si difende il diritto d’autore?

«Tutti sanno che quella certa foto l’ho fatta io. Andy Wharol diceva: “Copyright by... ecc ecc”. La foto è così, di tutti».

Ma i fotografi come possono difendere il loro lavoro?

«Non si può più vivere facendo il fotografo, non è più il mestiere che era. Oggi tutti devono saper fotografare, ci sono i telefonini. È come scrivere o guidare: tutti sanno scrivere poi ci sono i poeti, i grandi scrittori e chi scrive la lista della spesa. O la guida: ci sono venti piloti di F1 che guadagnano bene, alcuni benino, poi ci sono gli chauffer, chi guida per andare al lavoro e chi perché gli piace. Così è la fotografia: oggi è un mestiere da disoccupati, nessuno va più dal fotografo, sopravvivono solo i matrimonialisti».

E lei come fa il fotografo?

«Guarda, il fotografo moderno è un intellettuale, è un autore che racconta la storia per immagini e deve avere una capacità professionale da scenografo, regista... la macchina fotografica è solo un mezzo: non si fa il fotografo perché ci piace la foto, sarebbe come un medico che fa il chirurgo perché gli piace il bisturi».

Suo padre Fedele era un fotoreporter del Corriere della Sera, ha fotografato Mussolini a piazzale Loreto.

«Mio padre ha fatto il fotoreporter, il fotografo di cronaca. Negli anni Venti sui giornali si pubblicava il disegno delle foto, poi è venuta l’epoca dei grandi reportage, ma è finita negli anni ’50 e ’60 con la televisione. Oggi non esiste più il fotografo di guerra, è un pirla che vuol mettersi il giubbotto... le foto in guerra si fanno con i droni, la guerra si vede in diretta in tv o sul telefonino».

E lei come ha cominciato a fare il fotografo?

«Dopo il reportage, è arrivata la foto di moda, divertente. Io non ho mai fotografato la moda solo per l’estetica, in modo epidermico, mi interessavano la condizione umana, i comportamenti. La foto più importante che ho fatto è quella dei jeans “Chi mi ama mi segua”. Un messaggio storico per la donna. Adesso è finita anche la fotografia di moda perché i giornali di moda sono giornali commerciali che spingono dei marchi. E anche la moda è finita, perché i designer aprono i bauli della nonna e mettono insieme anni ’70-’90...».

E lei come fa il fotografo?

«Io sono un grandissimo privilegiato, ci sono mille fotografi al mondo che possono campare facendo il fotografo, in Inghilterra, Francia, Italia. E io sono l’unico italiano, a parte Paolo Roversi, a essere andato all’estero. Cosa faccio adesso? Faccio progetti culturali. L’ultimo per l’assicurazione Generali in Germania, dove ci saranno un libro e una mostra itinerante sui tedeschi del XXI secolo. Ho fotografato più di mille facce a Berlino e Monaco, presi dalla strada insieme a un team di assistenti».

Le facce sono la sua specialità: dai bambini italiani ai volti multietnici per Benetton...

«Perché mi interessa l’aspetto umano. Ho fotografato più di mille tedeschi, hanno più neri di tutti in Germania. Sono entrato in Bmw: sa che in fabbrica, una delle più importanti al mondo ci sono 75 nazionalità? I tedeschi oggi sono il popolo più avanzato d’Europa».

Nel libro di Bertelli ci sono lunghi passaggi dedicati a suo padre Fedele Toscani. Che cosa le ha insegnato?

«Mio padre ha conosciuto bene come fotografo del Corriere l’ipocrisia e la messinscena del fascismo. Il duce gli diceva “Non ti metti mai la camicia nera”. E lui: “Non mi dice”... Dopo la guerra mi additava tanti personaggi pubblici e mi diceva “Vedi quello? Aveva la camicia nera, ora è passato dall’altra parte”. In Italia i fascisti hanno continuato a vivere anche dopo la guerra, non è come in Germania dove hanno avuto il processo di Norimberga ed è vietato parlare dei nazisti, in Italia va tutto bene, abbiamo Casa Pound».

La politica italiana?

«Ahhh... la politica oggi è l’unico mestiere dove far carriera anche se si è mediocri».

E la sua positività?

«Sono sempre positivo perché voglio migliorare tutto. Se dicessi che va tutto bene sarei negativo perché mi accontenterei invece se dico che un politico è mediocre vuol dire che si può migliorare. E questo è positivo». —

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