Il Tirreno

Stati indipendenti ma non ancora uniti 245 anni fa l’America si liberava dagli inglesi

Giorgio Salvatori
Stati indipendenti ma non ancora uniti 245 anni fa l’America si liberava dagli inglesi

Re Giorgio III si rifiutò di abolire la tassa del té e fu rottura La misura era colma: era l’ennesimo “no” alle colonie

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Giorgio Salvatori

Era il pomeriggio inoltrato del 4 luglio 1776 quando, nella Hall delle Assemblee di Filadelfia Thomas Jefferson, a fianco di John Adams e Benjamin Franklin, lesse il Documento finale di fronte ai 56 delegati del Congresso: “...Reputiamo evidenti le seguenti verità: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che il Creatore ci ha investiti di diritti inalienabili, che tra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità...che quando una forma di governo è dannosa a quei fini giusti, il popolo ha il diritto di abolirla...”.

Le tredici colonie americane si proclamavano ufficialmente indipendenti dalla madrepatria Inghilterra. Fuori, la folla attendeva in ansia l’esito della seduta.

Il motivo occasionale della rottura fu il rifiuto di re Giorgio III del Regno Unito di abolire la tassa sul tè che, per trattato, i coloni dovevano acquistare dalla Madrepatria. Parrebbe perfino un motivo banale se non fosse stato l’ultimo di una serie di rifiuti opposti alle richieste delle colonie.

Adamo Smith è un testimone eccezionale dell’epoca - La Ricchezza delle Nazioni fu pubblicata poco prima del 1776. Critica severamente i colonizzatori tacciandoli di “follì” per la bramosia dell’oro e le violenze perpetrate sui nativi. Critica il Governo inglese per non avere fatto niente di positivo neppure in quelle colonie – come il New England, il Maryland, la Pennsylvania - dove l’integrazione con i nativi si stava realizzando pacificamente; anzi il Governo, spinto dai commercianti e dai manifatturieri nazionali, si adoprò sempre per uno sfruttamento intensivo delle colonie imponendo loro trattati esosi come il vincolo a produrre manufatti a povero valore aggiunto e l’obbligo a importare prodotti di valore solo dall’Inghilterra.

Gli abitanti delle tredici colonie, oltre agli autoctoni, erano in grande maggioranza di origine inglese, comunque europea, e delle terre d’origine si erano portati dietro cultura, tradizioni e costumi. Inoltre erano venuti tutti – i perseguitati religiosi e gli avventurieri - con la tenacia dei pionieri. Le colonie erano cresciute, con produzioni e commerci interni e tra loro; ora domandavano libertà e nuovi spazi.

Nel frattempo, le idee dei livellatori inglesi, dei “lumi” europei, di Locke, Voltaire e Rousseau avevano traversato l’Atlantico formando gruppi d’avanguardia che sostenevano il principio d’indipendenza e la proposta di governi repubblicani.

Ciò nonostante, nel Congresso promosso proprio per vagliare un comportamento collettivo da contrapporre alla Madrepatria, per molti l’idea di staccarsi completamente da essa appariva sconvolgente, pensando piuttosto a proposte di revisione radicale degli accordi commerciali e istituzionali – le colonie non avevano neppure rappresentanti diretti nel Parlamento in Gran Bretagna. Discussero per un mese. La Dichiarazione riportava, nella prima parte, i principi dei diritti dell’uomo, nella seconda l’elenco delle accuse a Re Giorgio III, nella terza la dichiarazione ufficiale d’indipendenza. Essa, tuttavia, non significava che le ex colonie fossero all’improvviso diventate libere; anzi, dovettero continuare una difficile guerra già scoppiata l’anno precedente.

L’esercito unito, formato da miliziani, era comandato da George Washington, un ricco proprietario terriero della Virginia, diventato abile stratega nella guerra degli inglesi contro i francesi di pochi anni prima. Ora si ritrovava come alleato proprio un corpo di spedizione francese mandato da Luigi XVI per rivalsa contro gli eterni nemici. Di contro, gli inglesi combattevano insieme a mercenari prussiani. Dopo battaglie cruente e alterne vicende, la guerra ebbe termine nel 1782 con la resa degli inglesi e l’indipendenza riconosciuta delle ex colonie.

I tredici Stati erano indipendenti, ma non ancora uniti.

Alexis de Tocqueville, nella sua monumentale Democrazia in America racconta il percorso e la natura delle difficoltà incontrate. Finché durò il conflitto con l’ex Madrepatria, il principio unitario apparve una necessità ma, appena firmata la pace, ogni ex colonia intese darsi un assetto di repubblica indipendente con sovranità pressoché assoluta. Parve che l’unione dovesse fallire.

Senonché il Governo federale, sorretto da un accordo approssimato, si trovò subito di fronte agli oltraggi perpetrati dalla grandi nazioni europee e i tredici Stati presero atto delle difficoltà nel farsi valere e dell’opportunità di procedere a una Costituzione unitaria più solida e vincolante.

Vi furono ancora anni di riflessioni e diatribe, finché nel 1789 la Costituzione fu approvata nella sua forma finale. Essa faceva salvo l’equilibrio tra il principio di libertà degli Stati e quello di unità attribuendo il potere legislativo a due camere: il Sanato, composto da due senatori per Stato, esprimeva il principio di libertà-sovranità mettendo gli Stati piccoli alla pari coi grandi; la Camera dei rappresentanti, composta da membri in numero proporzionale agli abitanti di ogni Stato, rafforzava il principio di unità dando maggior potere agli Stati più popolati.

Tocqueville ricorda ancora che i singoli Stati, sempre fortemente gelosi della propria libertà, dopo lunga discussione assegnarono il potere esecutivo a un Presidente messo in buona parte sotto il controllo delle Camere, mentre gli Stati mantenevano una forte autonomia per gli affari interni.

Completava l’Istituzione una Corte Suprema che esercitava il potere giudiziario, con prevalenza sulle Corti dei singoli Stati nelle vicende unitarie. Franklin, che aveva già partecipato alla stesura della Dichiarazione d’Indipendenza, partecipò anche alla composizione finale del testo Costituente. Per tutto quel periodo, rimase in contatto con il suo amico giurista napoletano Gaetano Filangieri.

Così, tredici anni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza, nasceva la Repubblica degli Stati Uniti d’America .

Adamo Smith, nella sua lungimiranza, aveva già dichiarato che, forse, da lì a cento anni la capitale dell’Impero britannico si sarebbe spostata in America. Lo disse quando i tredici Stati erano ancora colonie inglesi: quasi una profezia, sbagliò di qualche decina d’anni. La prima Costituzione democratica della storia, arricchita nel corso della sua vita da ventisette emendamenti, perdura dopo più di duecento anni dalla sua nascita avendo, nel frattempo, inglobato altri trentasette Stati e avendo influenzato molte altre Carte costituzionali. Problemi enormi rimanevano aperti, principalmente la questione della schiavitù che, non menzionata nel testo originale, fu abolita costituzionalmente nel 1865 sotto il mandato di Abramo Lincoln con il Tredicesimo emendamento e con la sanguinosa Guerra Civile. Il diritto di voto agli ex schivi fu riconosciuto con il Quindicesimo emendamento nel 1870 e il diritto di voto alle donne con il Diciannovesimo nel 1920. —

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