Attenzione
Hemingway, l’enigma oltre il mito dello scrittore che diventò mausoleo
Protagonista (frainteso) del Novecento, visse un’esistenza da romanzo: morì oggi 60 anni fa
Sessant’anni fa decideva di andarsene Ernest Hemingway: come lo definisce con sarcastica ammirazione l’aspirante romanziere Fitzsimmons nel film di Francis Ford Coppola “Peggy Sue si è sposata” (1986), «il perfetto scrittore americano: grasso, violento e ubriacone». Non la frase migliore per ricordarlo, probabilmente: ma inappropriata almeno al pari degli incensamenti e delle glorificazioni ricevute a (fine) vita e nei decenni a venire.
Come prova il riluttante ritiro, tramite l’ambasciatore americano, del Nobel per la letteratura nel 1954 (pare abbia commentato «Troppo tardi»), Hemingway non era uno di quegli artisti che escono bene da una monumentalizzazione, così come un suo modello, di esistenza più che di letteratura, Gabriele d’Annunzio: entrambi museificati oltre ogni tollerabilità, fin nelle loro case (quella di Hemingway è a tutt’oggi la principale attrazione delle Key West in Florida). Del poeta di Pescara, Hemingway rifiutò lo stile, in nome di una semplicità calibratissima. Ma ne riprese una condotta contraddittoria, estetizzante e vitalistica: ne facevano parte il combattimento e la sfida estrema come banchi di prova del sé; le continue avventure fra Europa, Africa e America, per desiderio ansiogeno di riempire il vuoto, quando i viaggi esotici alla ricerca di luoghi autentici e del vero sé non erano ancora di massa; l’inseguimento della grande storia del Novecento, con l’ansia veloce della scrittura di giornale e il distacco della letteratura. Non c’è evento della prima metà del secolo che sia sfuggito alla sua penna – e alla sua vita: dalla Prima guerra mondiale (che affrontò da volontario, guidando l’ambulanza per la Croce Rossa sul fronte italo-austriaco, e di cui scrisse nel romanzo “Addio alle armi” del 1929), alla Guerra civile spagnola, senza tralasciare l’America del proibizionismo (come nel più antologizzato dei suoi racconti, “I sicari”, uscito nel 1927 per “Scribner’s Magazine”).
Cosa sappiamo di Hemingway, la cui vita inimitabile stinge talmente sulla scrittura che previene spesso dal leggerlo, e cos’è che crediamo di sapere? Rispettivamente, quasi nulla e quasi tutto. L’equivoco maggiore, che si porta dietro tutti gli altri, è quello del suo minimalismo: secondo il “principio dell’iceberg” formulato dall’autore, la sua scrittura era fatta per larga parte di materiali sotto il pelo dell’acqua, cioè di lunghe stesure che non affioravano mai nel libro stampato (il finale di “Addio alle armi”, lungo meno di una pagina nel testo edito, fu riscritto quarantasette volte), capaci di sostenere la piccola quantità di ghiaccio (ossia di discorso) affiorata allo sguardo del pubblico.
Purtroppo, questa ingente carica sotterranea dei suoi testi ha avallato le interpretazioni più strampalate sulla narrativa di Hemingway – cosa di cui lui stesso, fra gli autori moderni più indifferenti alla critica letteraria anche favorevole, si lamentava. A proposito di “Il vecchio e il mare”, interpretato come simbolo di praticamente ogni stato dell’esistenza umana, Hemingway ribadì in una lettera del 13 settembre 1952 a Bernard Berenson, con molta semplicità: «Il mare è il mare. Il vecchio è un vecchio. Tutto il simbolismo di cui la gente parla è merda». E poi altri fraintendimenti, che può sciogliere solo una lettura, senza preconcetti, dei testi nei “Quarantanove racconti” (1938), il suo capolavoro. A negare il maschilismo di Hemingway, per dire, basterebbe “Colline come elefanti bianchi” (apparso dapprima nel 1927, sulla rivista d’avanguardia “transition”). In un bar presso una stazione spagnola, si contrappongono un uomo codardo, ipocrita e che vuole «solo il meglio» per la donna amata (cioè l’aborto del loro figlio), a una donna che, insofferente a quel mansplaining ricattatorio, si carica della scelta rifiutando la retorica di quel dialogo di circostanza.
Questa aggressività trattenuta è quanto di più intenso Hemingway ci ha lasciato, una specie di ghiaccio che non riesce a sciogliersi nel mare di una violenza esplicita. Ultimo esempio: Hemingway vitale, come il giovane e pseudo-autobiografico Nick Adams che in “Campo indiano” (1924), pescando col padre, sente con sicurezza che non morirà mai? O attirato, come una falena in attesa di essere annientata dalla luce, dall’immagine doppia di nascita e morte appena vista al campo indiano in cui, assieme al padre medico, è andato in visita? Difficile non porsi questa domanda pensando alla sorte del vero padre di Hemingway, anche lui medico, che dopo un lungo declino fisico e mentale si uccide, nel 1928, con un colpo di fucile. Come è successo a Hemingway sessant’anni fa: a sigillare vita e letteratura, impenetrabilmente, contro presenti e future commemorazioni. —
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