Il Tirreno

Jim Morrison, oltre le porte della percezione 50 anni fa l’addio al mito dell’ “altra” America

Pietro Mattonai
Un leggendario ritratto di Jim Morrison, moero nel 1971 a soli 27 anni, e accanto un’altra immagine del frontman dei Doors
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Un leggendario ritratto di Jim Morrison, moero nel 1971 a soli 27 anni, e accanto un’altra immagine del frontman dei Doors

Le droghe, il successo planetario con i Doors, la voglia di una dimensione diversa. Fino alla morte in una camera d’albergo

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Jim Morrison è stato come uno di quei personaggi dei libri di fantascienza che cercano di viaggiare tra dimensioni diverse e che, alla fine, rimangono impigliati nelle maglie troppo strette della realtà. Una realtà che per lui, che ha vissuto la sua gioventù negli anni Sessanta degli Stati Uniti, doveva sembrare troppo rigida e ingessata, incompatibile con la sua sensibilità e la sua poetica. Per questo Jim ha deciso di viaggiare, di andare alla scoperta di un mondo nuovo e di una vita nuova, che non avrebbe mai potuto trovare in quella realtà. Jim, insieme ai membri dei The Doors, voleva trovare la porta – e la chiave – di un’altra dimensione. La sua ricerca è stata brevissima: 27 anni, come tanti altri estranei alla logica normale, da Jimi Hendrix a Kurt Cobain, da Janis Joplin ad Amy Winehouse. Un passaggio rapido – ma non indolore – verso nuovi mondi. Ma nel nostro, ancora oggi a 50 anni dalla sua morte, Jim Morrison ha lasciato un segno profondo.

LA RICERCA DELL’INFINITO

Jim Morrison è nato a Melbourne. Non in Australia, ma in California, a poco meno di trecento chilometri dalla più luccicante Miami. Figlio di Clara Clark e dell’ammiraglio George Stephen, Jim diede l’impressione che non era esattamente il classico ragazzino degli Stati Uniti del benessere smisurato. All’università, insieme al futuro tastierista dei The Doors, Ray Manzarek, e anche a un certo Francis Ford Coppola, studiò cinema, non abbandonando mai le sue passioni: la filosofia e la letteratura. Dopo la laurea, visse per alcuni mesi a Venice Beach, rincorrendo il mito della beat generation e la frenetica testimonianza on the road di Jack Kerouac. E fu così che i The Doors, che nacquero nell’estate del 1965 con gli arrivi di Robby Krieger alla chitarra e John Densmore alla batteria, divennero la navicella spaziale di Jim. Con loro, avrebbe finalmente varcato “le porte della percezione”. Il nome della band, ereditato da un saggio di Aldous Huxley di una decina di anni prima (“The Doors of Perception”), era il manifesto di Morrison: emancipazione dalle convenzioni, ricerca della realizzazione personale e liberazione attraverso l’uso di sostanze stupefacenti. Convinto, leggendo William Blake, poeta e pittore del Romanticismo inglese, che se “si pulissero le porte della percezione”, scrostando la realtà dalle costruzioni umane – troppo umane, come scriveva un altro idolo letterario di Jim, Friederich Nietzsche –, “ogni cosa apparirebbe all’uomo come essa è veramente, infinita”. E a questa ricerca Jim Morrison ha dedicato la sua vita.

I SUCCESSI

Il primo, enorme successo dei The Doors arrivò con “Light my fire” nel 1967. Presto, Morrison e la band divennero simbolo della controcultura americana e della protesta generazionale che, in quegli anni, travolse gli Stati Uniti. Il secondo e il terzo album, ovvero “Strange Days” e “Waiting for the Sun”, accrebbero ulteriormente il suo mito: “When the Music’s Over”, “Love Me Two Times”, “People Are Strange”, “Hello, I Love You”, “Five To One”. Capolavori di un rock diverso, a volte cupo e psichedelico, leggero e misterioso, che racchiudeva nelle sue note la personalità di Morrison, eternamente diviso tra cielo e inferno. Gli album, alla fine, saranno sette: ai primi tre si aggiungeranno anche “The Soft Parade”, “Morrison Hotel”, il primo interamente live dal titolo “Absolutely Live” e, ultimo, “L.A. Woman”.

L’ULTIMO VIAGGIO

Negli ultimi anni, i problemi di dipendenza e di alcolismo di Jim resero il suo viaggio sempre più erratico. La pace, che cercò insieme alla sua compagna Pamela Courson, gli sembrò a portata di aereo. Nel 1971 annunciò alla band che si sarebbe trasferito a Parigi, città che aveva visitato l’anno precedente. Anche i suoi stessi compagni pensarono che la lontananza dal palco e dai tour gli avrebbe permesso di ritrovarsi. Il 3 luglio, però, Morrison venne ritrovato senza vita nella vasca da bagno del suo appartamento di Rue Beautreillis proprio da Courson. Le fonti ufficiali parlarono subito di infarto e le autorità francesi non disposero l’autopsia. Anni dopo, la sorella raccontò di aver ricevuto la notizia della morte quando Jim era già stato sepolto nel cimitero monumentale di Père-Lachaise. A Parigi, Jim Morrison partì per il suo ultimo viaggio. E come disse suo padre: «Jim è andato per la sua strada ed è stato fedele alle sue ambizioni: era il suo obiettivo e l’ha raggiunto». —

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di Redazione web