Il Tirreno

L’ESPERIMENTO DI MONTICCHIELLO 

Addio a Cresti, è stato l’inventore del teatro povero

G.R.
Addio a Cresti, è stato l’inventore del teatro povero

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FIRENZE. C’è una storia teatrale in Toscana che fa la differenza. L’ha fatta e continua a farla. Se ne sta arroccata a Monticchiello, borgo ventoso della Valdorcia dove da 55 anni, si celebra il rito della gente del posto che scende in piazza e si mette in scena. E’ il Teatro Povero di Monticchiello che già nel nome denuncia la sua terrena pertinenza. La sua testarda nobiltà. Una voce che nasce dal basso e poi si amplifica, si tende oltre le vallate e i panorami di una terra come poche altre baciate dall’armoniosa disposizione degli astri. Dal 1989, l’esperienza del Teatro Povero si è raccolta attorno ad Andrea Cresti. Che di questa cerimonia, insieme civile e antropologica, è stato artefice e demiurgo, portavoce e testimone, o più direttamente e semplicemente regista. A 83 anni, che non li dimostrava, il fisico asciutto e ballerino, Andrea Cresti ci ha lasciati. Ci resta la sua gentilezza dialogante, la sua “allure” un po’ sopra le nuvole, ma solo apparentemente, quell’aria docilmente pensierosa. Ma vis polemica che pur non lo abbandonava era sempre senza forzature, era piuttosto gramsciana nel voler essere chiara e disponibile al confronto, densa di interrogativi e di spiegazioni che (forse) il teatro, quel suo teatro epico, privo di sovrastutture, avrebbe potuto e saputo diradare. O piuttosto a farlo filosofico era la barba, la chioma, la parlata critica e pacata che lo riverberava su Massimo Cacciari. Il contributo di Andrea alla diffusione e conoscenza del Teatro Povero, è stata decisiva. Un’impresa che all’inizio sembrava impossibile, utopica e visionaria, con gli anni si è fatta esempio e laboratorio, forma scenica e contenuto drammaturgico da studiare. Il fenomeno Monticchiello come luogo e modo in cui ai margini dell'impero persone di ogni estrazione e cultura potessero riconoscersi, confrontarsi e raccontarsi, attori di se stessi e delle proprie vite, diventa “autodramma”in cui personaggi e interpreti si confondevano tra loro, creando e inventando uno spettacolo nuovo, cangiante, mai definitivo. In quella che allora sembrava una combriccola di compaesani in un’Italia in rapido mutamento, forse nessuno aveva intuito come Andrea le potenzialità espressive di quel teatro, che andavano ben oltre i limiti di un dopolavoro ricreativo o di una sagra a carattere storico. Andrea faceva di ogni spettacolo "povero" una "ricca" parabola, un crocevia di equilibri sospesi sulle contraddizioni della contemporaneità, illuminato dalla sua sapienza. —



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