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Esposito ci fa scoprire l’arte nei poster del rock

G.S.
Esposito ci fa scoprire l’arte nei poster del rock

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Non è un caso che l’epopea dei manifesti rock sia iniziata in una stamperia di Memphis che, fino ad allora, si era occupata di pubblicizzare fiere e incontri di boxe. In fondo il musicista Hank Williams sapeva di dover colpire duro perché la reputazione del rock’n’roll era pessima. E allora tanto valeva presentarlo come un pugno in faccia.

Riprodotto tra le pagine di “Rock Poster – 1940-2010 – Il manifesto diventa arte”, il saggio scritto dalla grafica e docente Martina Esposito per i tipi di Vololibero, quel manifesto in realtà non fa un grande effetto, ancora troppo spartano ed incerto. Molto meglio quello di uno spettacolo al Florida Theatre undici anni dopo, che vede un Elvis Presley ritratto a figura intera, quasi a voler evocare quelle movenze sinuose che fornirono al Re del rock il nomignolo “The Pelvis”. Da quel momento i manifesti non hanno più abbandonato il rock. Anzi, hanno contribuito a fortificarne la leggenda. L’excursus storico contenuto nel libro è ricco di nomi e curiosità, confermando come sia oziosa la questione se il manifesto di un concerto sia o no opera d’arte. Basti pensare al connubio dal sapore sperimentale tra lo studio Hipgnosis ed i Pink Floyd, o quello più d’impatto tra Jamie Reid ed i Sex Pistols, senza scordare artisti come Raymond Pettibon, fino alla grafica ideata da Gianni Rossi per i Daft Punk. Immagini ormai incastonate nell’immaginario collettivo, come Freddie Mercury a Wembley, in una posa destinata a rimanere eterna. A chiusura del libro c’è “Quando la musica rimbalza sul muro”, un breve intervento in cui Matteo Guarnaccia va ancora più indietro nel tempo, fornendo una chiave di lettura intrigante delle contaminazioni tra arte antica e moderna: i manifesti come i vasi dell’antica Grecia, con Eminem e Madonna al posto di Ercole ed Elena. — G.S.

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