Il Tirreno

la terribile sera del 27 giugno 1980 

La strage di Ustica: quelle 81 vittime innocenti per un atto di guerra rimasto senza colpevoli

Paola Taddeucci
La strage di Ustica: quelle 81 vittime innocenti per un atto di guerra rimasto senza colpevoli

4 MINUTI DI LETTURA





Paola Taddeucci

Giuseppe aveva un anno ed era con la mamma Giovanna, 32 anni, la sorella Antonella di 7, il fratello Vincenzo di 10 e la giovanissima zia. Finita la scuola, stavano andando in vacanza in Sicilia, la loro terra di origine, mentre papà Pasquale, rimasto al lavoro a Bologna, li avrebbe raggiunti durante l’estate. Non li ha più visti, come non hanno potuto mai più abbracciare i loro cari i parenti delle altre 76 vittime della strage di Ustica. Una delle storie più brutte del nostro Paese, dal secondo dopoguerra a oggi.

È la storia del Dc-9 della compagnia Itavia precipitato in mare tra le isole di Ponza e Ustica – il 27 giugno 1980 – dopo essere stato abbattuto per sbaglio, forse anche da un missile, nel corso di un combattimento tra velivoli della Nato e un Mig libico. In mezzo a questa guerra – in tempo di pace – il Dc-9 si trovò al posto sbagliato nel momento sbagliato. Una verità sulla quale è stata messa in atto una delle maggiori opere di depistaggio, con la copertura di organismi dello Stato: a 41 anni di distanza non c’è ancora un colpevole.

L’areo partì con due ore di ritardo: alle 20,08 decollò da Bologna diretto a Palermo, dove doveva arrivare alle 21,13. Poco prima delle 21, quasi al termine di un volo senza alcun intoppo, se ne persero le tracce: precipitato in mare, disintegrato. Nessun scampo per le 81 persone a bordo: 4 membri dell’equipaggio e 77 passeggeri, di cui 13 bambini, il più grande dei quali aveva 13 anni, il più piccolo era Giuseppe. Nei giorni successivi vennero avanzate varie ipotesi, poi tutte smontate. La più battuta sosteneva la matrice terroristica attribuendo il disastro all’esplosione di una bomba a orologeria, incompatibile però con il ritardo registrato in partenza del volo. La redazione del Corriere della Sera, peraltro, ricevette una chiamata anonima a nome dei Nuclei armati rivoluzionari – formazione neofascista e terrorista – nel corso della quale si parlava di un membro del gruppo che, a bordo del Dc-9, trasportava esplosivo per un attentato a Palermo: in realtà l’uomo era vivo e abitava in Francia, vicino a Nizza. Altra pista dava la colpa del disastro a un cedimento strutturale dell’aereo. Ma anch’essa si rivelò fantasiosa – e fatale per la compagnia Itavia che di lì a poco fallì – soprattutto dopo il recupero del relitto in mare, avvenuto solo sette anni dopo, quando fu evidente che nell’areo non c’erano segni di avaria né di esplosione.

Per una delle squadre di periti che analizzarono il relitto – più di quattromila pezzi ricomposti e visibili nel Museo della memoria di Ustica a Bologna – lo scenario era chiaro. La sera del 27 giugno 1980 sopra i cieli di Ustica il Dc-9 non era solo. C’erano due o più aerei militari delle forze Nato e un Mig 23 libico, la cui carcassa – ritrovata sulla Sila calabrese il 18 luglio 1980 – aveva datato il suo abbattimento proprio alla fine del mese precedente. Cioè il 27 giugno, quando il cielo sopra Ustica era stato teatro di guerra tra i velivoli della Nato e il Mig. Il caccia libico, nascondendosi sotto l’ombra-radar del Dc-9 e poi sorpassandolo, ne aveva provocato il distacco dell’ala per effetto di quella che viene chiamata “quasi collisione”, responsabile di molte sciagure aeree. Altri periti non esclusero che il Dc 9 potesse essere stato colpito per sbaglio da un missile indirizzato al Mig. Fatto sta che, mentre 81 persone precipitavano in mare, l’inseguimento era proseguito, spostandosi sopra la Calabria, dove il caccia libico era stato poi abbattuto.

Su questi scenari si basò il giudice istruttore Rosario Priore che, nell’ordinanza a conclusione della sua inchiesta iniziata subito la tragedia – oltre cinquemila pagine – sostenne che a Ustica c’era stato «un atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti». Priore chiese il rinvio a giudizio per diversi ex capi e funzionari dell’Aeronautica, dello Stato Maggiore, della Difesa e del Sismi, accusandoli di attentato contro gli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento. Era il 1999: una luce di verità dopo quasi due decenni di depistaggi, documenti distrutti, morti sospette, falsità, omissioni, contraddizioni, reticenze e indifferenza. «Si è compiuta una sistematica distruzione di prove – scrisse Priore nelle conclusioni dell’ordinanza – in esecuzione di un preciso progetto che doveva impedire ogni ricostruzione dei fatti. Progetto che ha colpito in tutti i livelli a salire sino allo Stato Maggiore. Progetto concepito per non rivelare fatti ed eventi che non potevano esser palesati e che ha trovato realizzazione nella costruzione di quella muraglia, più che muro, di silenzio o insostenibili menzogne; che si è estesa lungo tante, troppe istituzioni, nazionali e di altri Paesi e per anni non s’è nemmeno sbrecciata».

Da allora si sono susseguiti diversi processi che tuttavia non hanno mai portato all’individuazione dei colpevoli. «Ci sono più Stati che conoscono la verità – affermò Priore nel 2016 ad un convegno organizzato dall’Associazione dei familiari delle vittime – tutti quelli che volavano lì quella sera, però sono segreti militari. Ed è difficile penetrare nei segreti militari». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web