Sicurezza
La ceramica è “dolce” a Montelupo e incontra artisti e grandi designer
In mostra le opere e le collezioni nate dal progetto di collaborazione con botteghe e aziende locali
Gabriele Rizza
Si apre oggi nel Palazzo Podestarile di Montelupo Fiorentino la mostra “Ceramica dolce” che segna il punto d’arrivo del cantiere artistico durante il quale, sotto la direzione di Silvana Annichiarico, artisti e designer fra i più prestigiosi del panorama italiano, hanno prodotto opere e collezioni “in loco”, cioè lavorando presso le botteghe e le aziende del territorio.
La ceramica per Montelupo Fiorentino rappresenta il biglietto da visita, la materia che ha segnato il paesaggio, inciso sull’ambiente, forgiato la società e promosso l’economia della zona, donando alla città una reputazione legata all’idea di bellezza, al gusto del lavoro ben fatto, alla vocazione per la ricerca e la sperimentazione, così da diventare motore e simbolo della sua identità. La storia lo dimostra: dal periodo rinascimentale, in cui Montelupo ha di fatto rappresentato “la Fabbrica di Firenze”, alle esperienze manifatturiere del Novecento, questa fetta di Toscana ha svolto e continua a svolgere un ruolo di primo piano nel panorama internazionale. «Il progetto già sperimentato nel corso degli ultimi anni – spiega Annichiarico – prevede appunto il coinvolgimento di artisti e designer, che sono venuti a produrre i propri lavori direttamente a Montelupo, lavorando con le maestranze locali, per ricreare un orizzonte di sperimentazione in grado di esplorare il tema del rapporto tra artigianato, arte e design. Obiettivo primario è stato quello di rivisitare e reinventare gli archetipi dell’artigianato montelupino, un terreno di incontro per gli artisti che potevano affiancare le maestranze locali, confrontandosi, condividendo esperienze, saperi e soprattutto visioni».
Così Antonio Aricò ha lavorato su degli obelischi urbani ispirati all’immaginario dei giardini toscani, creando una sorta di bestiario fantastico, mentre Francesco Binfaré si è rifatto al modello dell’angelo di Andrea della Robbia interrogandosi su come potesse essere rappresentato e collocato nel contesto della globalizzazione. Lorenzo Damiani ha preparato due collezioni: una di vasi grezzi con incastonati i piatti della tradizione di Montelupo, un’altra di vasi realizzati con gli scarti di lavorazione delle fornaci in memoria del ritrovamento dell’antico pozzo dove finivano gli “avanzi”. E ancora Duccio Maria Gambi che si è confrontato direttamente con la materia esistente, in un progetto di levigatura e di sottrazione per creare un ponte fra passato remoto e futuro incerto, mentre Maurizio Galante e Tal Lancman hanno operato un processo di ibridazione con le creature mostruose, tipiche della fantascienza giapponese. Valerio Sommella, misurandosi con la matericità delle decorazioni, ha dato vita a una nuova fase del processo produttivo e Mario Trimarchi ha realizzato una torre in ceramica, sormontata da una coppa in bilico per farci riflettere sulle nostre fragilità.
Fino al primo agosto. —
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