Sicurezza
Immensamente grande, immensamente fragile Michael Jackson: la leggenda, le accuse, le bugie
Il 25 giugno 2009 moriva a 51 anni il re del pop: quel passo di danza diventato la sua firma
Di lui è stato detto di tutto. Perfino troppo e, talvolta, così a sproposito da rasentare lo sciacallaggio. Si è detto che si schiariva la pelle per rinnegare le origini afro, lisciandosi anche i capelli crespi e facendosi modellare il naso: non era vero. Si è detto che era un matto reale tanto da dormire in una camera iperbarica per non invecchiare e aver comprato a un’asta lo scheletro dell’uomo-elefante: niente di più falso. E quanto altro su di lui! Di sicuro molti suoi eccessi hanno alimentato dicerie e malignità, ma è altrettanto certo che Michael Jackson era un uomo immensamente fragile – forse per questo tanto eccessivo – e con un talento straordinario fin da piccolo.
Il più grande performer di ogni tempo che ha segnato un impatto epocale nella storia dello spettacolo e ha venduto, come nessuno mai, oltre un miliardo di dischi: il suo “Thriller” è in cima alle classifiche di sempre. Il giorno della sua morte, il 25 giugno 2009, a 51 anni, per intossicazione da farmaci, il web impazzì e si bloccò per troppi contatti. È stata anche la morte a mettere drammaticamente a nudo la sua fragilità. Michael si trovava a Los Angeles per preparare i concerti del tour d’addio, la cui partenza era prevista a luglio. Il 24 giugno andò come sempre allo Staples Center per le prove e, verso mezzanotte, rientrò nella villa in collina dove alloggiava con lo staff messogli a disposizione dalla Aeg Live, la società organizzatrice dei concerti.
Della squadra faceva parte il dottor Conrad Murray, ingaggiato dalla Aeg come medico personale di Jackson. La mattina del 25 giugno alle 10,40 fu Murray a somministrargli il potente anestetico Propofol dopo avergli già dato, nel corso della notte, altri farmaci contro l’insonnia. Ma il dottore sbagliò tutto, come emerse nel processo che lo vide imputato per omicidio colposo e condannato al massimo della pena per questo reato, cioè quattro anni. Dopo aver iniettato a Jackson il Propofol, Murray tornò nella camera dell’artista e si accorse che non respirava. Colto dal panico provò un massaggio cardiaco, ma si rivelò inutile perché applicato su una superficie morbida come il letto. Solo un’ora e mezza più tardi si decise a chiedere aiuto e fece chiamare un’ambulanza da una guarda del corpo. Ma non c’era più nulla da fare: il “re del pop” – epiteto datogli da Liz Taylor, sua grande amica – era ormai in coma e, portato in ospedale, alle 14,26 fu dichiarato morto.
Il giudice definì una «pazzia medica» le pratiche di Murray che – rivelò un testimone nel dibattimento – a Jackson di notte dava potenti sonniferi per poi tenerlo sveglio di giorno con energizzanti. «Esperimenti in medicina – sostenne ancora il giudice – che non possono essere tollerati». L’autopsia sull’artista rivelò uno stato di salute pessimo, e non da poco tempo: magrissimo, sul cranio solo una leggera peluria; il corpo segnato da punture di antidolorifici e da macchie; il viso pieno di cicatrici. Michael era affetto da una grave forma di vitiligine e dal lupus erimatoso, malattie autoimmuni della pelle, ereditarie, che lo tormentavano da sempre causandogli dolore e imbarazzo. La vitiligine gli aveva fatto perdere la pigmentazione in quasi tutte le aree del corpo, così si era sottoposto a diversi trattamenti per uniformare il colore della pelle, ormai non più scura a causa della malattia. Le cicatrici sul viso erano dovute anche a una terribile acne giovanile e nel 1984 per un’ustione al cuoio capelluto era diventato quasi calvo. Come se non bastasse, il lupus – che tra l’altro gli impediva l’esposizione prolungata al sole – gli aveva provocato lesioni al naso, per ricostruire il quale si era sottoposto a diversi interventi.
La pelle bianca, il nasino all’insù, i capelli lisci – che erano una parrucca – il famoso guanto bianco, le maniche lunghe d’estate, i cappelli, la mascherina: non erano capricci da star, ma segni della sua sofferenza e fragilità. Jackson preferiva tacere sulle sue malattie perché voleva che fossero il suo talento e la sua musica a parlare per lui. Una delle rare volte in cui su questo argomento si lasciò andare fu nella lunga e celebre intervista televisiva del 1993 con Oprah Winfrey, la regina di tutti i media. «La pigmentazione della mia pelle viene distrutta – disse col nodo in gola – e non posso farci niente. È tutto falso quello che viene detto su di me, che voglio rinnegare la mia razza: sono orgoglioso di essere un nero americano, sono orgoglioso di ciò che sono». Nell’intervista-confessione parlò anche della sua infanzia persa: a otto anni era già una star insieme con i fratelli, i Jackson Five, spinti sul palcoscenico dal padre che in loro vide una straordinaria macchina per far soldi. Raccontò che il padre era severo e lo picchiava rimproverandolo di essere triste. «Piangevo – confessò Michael – perché non potevo essere come gli altri bambini, dovevo lavorare».
Alle fantastiche e naturali movenze dei bimbi neri dei ghetti rivelò di essersi ispirato per “Moonwalk” (la camminata sulla Luna), il passo di danza diventato la sua firma. Ma i bambini che adorava – ha donato in beneficenza più di ogni altro e realizzò il leggendario Neverland Ranch per i piccoli malati – furono il suo terreno minato: l’onta della pedofilia, nonostante l’assoluzione, pesò come un macigno nella sua vita. —
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