Il Tirreno

Veltroni e la seconda repubblica «mai nata»

Libero Red Dolce
Veltroni e la seconda repubblica «mai nata»

Pisa, l’ex segretario Pd e il libro sul caso Moro presentato con lo storico Cardini: «Mi piacciono gli altri punti di vista»

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Libero Red Dolce

pisa. «La seconda repubblica non è mai nata. È una balla, le repubbliche cambiano quando si cambiano le leggi costituzionali, non quando si cambia una legge elettorale. Oggi siamo ancora nei cascami della prima repubblica». Parola di Walter Veltroni, padre politico del Pd, in semi-ritiro dalla politica fattiva, ma anche giornalista, scrittore e regista. Lo dice presentando il suo libro “Il caso Moro e la prima repubblica”, in un dialogo con lo storico fiorentino Franco Cardini.

Lo scambio di mutui complimenti tra i due è quasi un’involontaria, ma non casuale premessa, all’idea che guida Veltroni nell’analizzare la storia repubblicana e la frattura che secondo lui (concorde con Cardini) ne scaturì con l’omicidio Moro. Il politico multiforme di centrosinistra, da un lato, e lo storico cattolico di centro destra dall’altro. «Strana coppia?», si schernisce Veltroni alla domanda della moderatrice, Francesca Petrucci. «Sì, nella tradizione politica e culturale di questo paese due persone che hanno origini e idee diverse sono pensate come strane. Io ho sempre pensato che l’incontro con l’altro da te sia necessario, mi ha sempre interessato il punto di vista di chi è portatore di un altro punto di vista. Mi spaventa chi ha solo il piacere di stare tra i simili. I regimi si fondano su questa idea», spiega Veltroni parlando dell’ amicizia con Cardini.

E qual è, al fondo, la tesi veltroniana che ordina con un filo rosso le interviste raccolte nel volume di recente pubblicazione? «Il 9 maggio 1978 (il giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, ndr) è il momento in cui la democrazia italiana si rompe. Si era chiuse una fase, forse già con le bombe di piazza fontana del 12 dicembre 1969. Moro capì che bisognava far nascere qualcosa di nuovo, era il più avveduto dei politici di allora. E comincia a formulare l’idea, come aveva fatto con il centro sinistra, una nuova fase della vita della democrazia italiana, che comportava secondo lui la partecipazione dei comunisti alla gestione della cosa pubblica. Moro capisce che l’unico modo per favorire rafforzamento della democrazia è una fase di collaborazione e poi separarli nel principio dell’alternanza».

Il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, aveva portato il partito al 34% dei consensi e soprattutto lo stava muovendo fuori dalla salda presa di Mosca. Una convergenza naturale. «E bloccata dal disegno delle Br che volevano bloccare lo sbocco del progetto politico, fermare la vita politica di questo paese. Questa è la verità. Per ottenere la rivoluzione, alla fine ebbero il pentapartito», commenta con amara ironia Veltroni. «In quei 55 giorni del rapimento Moro ci mettono il becco molti. In tanti non volevano che tornasse vivo da quella prigione», commenta. Cia, Kgb, P2.

La strana configurazione professionale e pubblica di Veltroni – politico mai del tutto fuori dai giochi e allo stesso tempo uomo mediatico – crea un’eccentricità nel discorso pubblico che propone. Protagonista del periodo, nella duplice veste di giornalista e politico, oggi storicizza un pezzo di storia nel quale la sua azione (con influenza crescente nel tempo), e quello dell’organizzazione nella quale ha militato per larga parte della sua vita (il Pci), ebbero un peso non marginale. Come quando racconta dell’elezione di Carlo Azeglio Ciampi a presidente della Repubblica, che da segretario del Pd «concordammo in casa mia con gli segretari di An e dell’Udc (Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, ndr)». Fu la convergenza, in tono minore, di Veltroni. —

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