Il Tirreno

Tra Belgio e Italia quell’accordo-capestro Lavoratori in cambio di carbone, poi fu tragedia

Paola Taddeucci
Tra Belgio e Italia quell’accordo-capestro Lavoratori in cambio di carbone, poi fu tragedia

Il 23 giugno 1946 i due governi siglarono il patto: 140mila persone emigrarono. Dieci anni dopo il disastro di Marcinelle con 262 morti 

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Paola Taddeucci

Servì una strage per capire e iniziare a voltare pagina. 262 morti, la metà dei quali italiani, asfissiati e bruciati a mille metri sotto terra, in fondo a una miniera di carbone andata a fuoco. Era l’8 agosto 1956, a Marcinelle in Belgio si consumò una delle più gravi sciagure sul lavoro, conseguenza di un decennio di sfruttamento selvaggio che aveva reso schiavi i minatori italiani. Dieci anni prima, il 23 giugno 1946, tra il governo del nostro Paese e quello belga era stato infatti firmato un accordo-capestro che prevedeva l’invio dall’Italia di 50mila lavoratori in cambio di carbone a prezzo di mercato. Uomini come merce. In 140mila varcarono i nostri confini, costretti a condizioni di lavoro inaccettabili perché in stato di necessità. Salirono sui treni portando con sé valigie di carta e una speranza che si trasformò in incubo. Fu tutto chiaro soltanto dopo l’eccidio di Marcinelle, che segnò la fine dell’immigrazione ufficiale dall’Italia verso il Belgio. Toccò ai poveri di altri Paesi, Spagna, Grecia, Marocco, Tunisia in quel momento più deboli, subire a loro volta le conseguenze delle “condizioni particolarmente vantaggiose” con cui le potenti società del Belgio spinsero il proprio governo a stipulare accordi con quei Paesi. Come era successo nel patto del 1946, firmato per l’Italia da Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, e dal primo ministro belga. Dall’anno precedente quest’ultimo aveva lanciato la “battaglia del carbone” per convincere a tornare in miniera i suoi connazionali, non più disposti a scendere nelle viscere della terra e indirizzati verso lavori meno duri e pericolosi. La carenza di manodopera interna aveva spinto il governo a tentare diverse soluzioni, tra cui l’utilizzo dei prigionieri di guerra tedeschi, ma quest’ipotesi fu scartata e si preferì reclutare i lavoratori dai Paesi stranieri in difficoltà economica dopo la devastante seconda guerra mondiale: in primo luogo l’Italia. Il trattato del 1946 prevedeva che gli italiani venissero destinati al lavoro nelle miniere di carbone e assicurava al nostro Paese una determinata quantità di materiale per ogni minatore inviato in Belgio. Minatori contro carbone, merce contro merce, operai come deportati economici, venduti per qualche sacco di carbone. Lo si capì dopo che la realtà era questa, ma l’Italia del Dopoguerra aveva fame, aveva bisogno di lavoro. Così partirono in migliaia, la gran parte senza alcuna conoscenza specifica né formazione: l’unico requisito l’età massima di 35 anni e la buona salute. Non dovevano pensare a niente altro se non preparare la valigia e salire sul treno, perché il reclutamento e le procedure di immigrazione erano regolati dallo stesso trattato nei minimi particolari. Le offerte di lavoro in Italia vennero pubblicizzate da allettanti manifesti, affissi sulle piazze e nei bar di tutta la Penisola, che invitavano a partire per le miniere del Belgio e prospettavano al futuro emigrante favorevoli condizioni di lavoro e di alloggio. Ma niente veniva detto, sia da parte italiana che da parte belga, sulle reali condizioni di vita che attendevano gli operai. Il contratto prevedeva almeno cinque anni di lavoro ininterrotto, pena l’espulsione. Non erano contemplate tutele sanitarie. Gli alloggi si trovavano negli ex lager nazisti destinati ai prigionieri di guerra sovietici: baracche senza luce e con i servizi igienici all’aperto. Il salario era nettamente inferiore a quello sperato e promesso nell’accordo, perché una parte si legava al lavoro a cottimo che, tra l’altro, costringeva i lavoratori a ritmi forsennati e ad esporsi così al rischio di incidenti in strutture – oltretutto – fatiscenti, tenute insieme da legni marci e nelle quali non esistevano adeguate misure di sicurezza. Il disastro nella miniera di Bois du Cazier, nei pressi della cittadina di Marcinelle, fu il più grave. Come gran parte delle miniere della Vallonia, anche quella di Marcinelle era vecchia e malandata, tanto che già dagli anni Venti si discuteva di una sua possibile chiusura. Ma l’aumento della domanda di carbone e l’arrivo di manodopera straniera a basso costo spinsero gli industriali a sfruttare al massimo gli impianti, rinviando l’ammodernamento e la messa in sicurezza. All’epoca dell’incidente le armature del Bois du Cazier erano ancora in legno, i cavi elettrici collocati in punti pericolosi, mancavano i mezzi estintori e non esistevano né vie di fuga né porte stagne. L’incendio divampò inarrestabile, senza lasciare scampo: morirono 262 operai di dodici nazionalità, 136 erano italiani. Ma prima di loro ne erano morti a centinaia – più di cinquecento solo i nostri connazionali – in vari incidenti avvenuti nel decennio 1946-1956. E dopo di loro in tanti morirono di silicosi, contratta per aver respirato per anni l’aria intrisa di polvere di carbone. Con la tragedia di Marcinelle iniziò a cambiare l’atteggiamento dell’opinione pubblica belga nei confronti degli immigrati italiani, disprezzati con l’appellativo di “macaroni”. Di fronte ai morti, con le famiglie accomunate dallo stesso lutto, fu improvvisamente chiaro che lo sviluppo di un intero Paese poggiava anche sul lavoro di moltissimi italiani, veri e propri “schiavi del carbone”. —

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