Il Tirreno

Sant’Anna, quella condanna attesa 61 anni per i nazisti che trucidarono 560 civili

Paola Taddeucci
Sant’Anna, quella condanna attesa 61 anni per i nazisti che trucidarono 560 civili

Il 22 giugno 2005 il tribunale militare della Spezia infligge l’ergastolo a dieci ex ufficiali e sottufficiali che avevano ordinato la strage  

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Paola Taddeucci

Era estate. Il giorno della strage e, sessantuno anni dopo, il giorno del processo. Ma sull’orrore di Sant’Anna di Stazzema la luce del sole non si è mai accesa. Il 12 agosto 1944 i nazisti uccisero 560 persone – solo una stima ufficiale, in realtà furono di più – in gran parte anziani, donne e bambini, perfino neonati. Vennero fucilate, e poi bruciate, con la complicità dei fascisti italiani: una delle pagine più infami dell’occupazione nazista in Italia. Sessantuno anni dopo, il 22 giugno 2005, dieci ex ufficiali e sottoufficiali tedeschi che avevano ordinato quella strage furono condannati all’ergastolo dal tribunale militare della Spezia.

La sentenza venne confermata nel 2006 in Appello e nel 2007 in Cassazione, ma nessuno dei condannati ha scontato la pena perché la Germania non ha mai concesso l’estradizione, permettendo così agli ex Ss di invecchiare e morire liberi. Nel 2012, inoltre, la procura di Stoccarda ha archiviato l’inchiesta per la strage, non esistendo le prove – a suo giudizio – che ciascun imputato vi avesse partecipato. E nel 2015 ancora una porta in faccia alla giustizia da parte della magistratura tedesca con un’ulteriore archiviazione: quella per Gerhard Sommer, uno dei gerarchi condannati all’ergastolo in Italia e sulla cui posizione la procura di Amburgo aveva riaperto il procedimento. Per i magistrati tedeschi l’ex nazista, all’epoca 93 anni, non era in grado di affrontare il processo perché incapace di intendere e di volere.

La sentenza del tribunale militare italiano rimane l’unico spiraglio di luce che si è acceso in questa storia d’orrore e ha posto le basi per fare di Sant’Anna un luogo simbolo internazionale della memoria, dove quello spiraglio non viene mai spento e la giustizia, non quella processuale, vive. «Non è semplice per un tedesco essere qui» disse il presidente della Germania Joachim Gauck quando a marzo 2013 visitò Sant’Anna, accompagnato dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano. Gauck parlò a capo chino, commosso: fu un gesto di pace in un teatro dell’orrore. Negli anni ci sono stati gesti simili, e altre commosse dichiarazioni, da parte delle autorità tedesche invitate alle annuali cerimonie commemorative: tra queste, nel 2020, la rappresentante dell’ambasciata di Berlino ha affermato di provare «immensa vergogna» per l’archiviazione del processo nel suo Paese.

Ci sono voluti più di sessant’anni dalla strage, invece, per arrivare al processo italiano, la cui sentenza ha stabilito che l’eccidio fu un atto terroristico premeditato: delle 560 vittime stimate 160 erano bambini, il più piccolo aveva 20 giorni. Una strage pianificata sulla quale – come su altre commesse dai nazisti durante l’occupazione – per mezzo secolo c’era stato un colpevole silenzio. Fu solo per caso, infatti, che nel 1994 fu scoperto quello che venne poi definito “l’armadio della vergogna”. Era nello scantinato di Palazzo Cesi a Roma, sede della Procura militare generale, protetto da un cancello, chiuso a chiave, le ante rivolte verso il muro. Vi furono trovate 2.273 voci su cui era annotato tutto quel che conteneva o aveva contenuto; 695 fascicoli; 415 nomi di colpevoli. Quel che restava delle informative affluite alla Procura militare dopo la Liberazione e relative a centinaia di crimini compiuti dai nazifascisti nel periodo 1943-1945 ai danni di civili. Su quei fascicoli erano annotati i nomi delle vittime, i nomi degli assassini, le località dei crimini, compresa Sant’Anna di Stazzema. Un’istruttoria per ogni fascicolo, un processo per ogni istruttoria. Se ne sarebbero dovute occupare le Procure militari distrettuali, destinatarie istituzionali di quelle carte. Tutto invece rimase sepolto in quello scantinato. Non ci furono istruttorie, non si celebrarono processi.

Tutto rimase avvolto nel silenzio fino al 1994. Quando, finalmente, qualcosa si smosse. Marco De Paolis, procuratore militare della Spezia, fu il primo ad indagare su Sant’Anna di Stazzema (si è poi occupato di altri stragi naziste facendo condannare all’ergastolo 60 criminali di guerra) fino ad arrivare al processo che si aprì il 20 aprile 2004, esattamente dieci anni dopo la scoperta dell’armadio della vergogna. Il tribunale accolse totalmente la richiesta di De Paolis: ergastolo agli SS che avevano pianificato la strage per sterminare tutti i civili, ritenuti fiancheggiatori dei partigiani.

«Nell’eccidio – disse De Paolis – non ci fu nulla di improvvisato». Alle 7 di mattina del 12 agosto 1944 il paese di Sant’Anna era già circondato dalle squadre SS, arrivate con l’aiuto di collaborazionisti fascisti. Gli uomini temevano di essere deportati, così si nascosero nei boschi, mentre donne, bambini e anziani restarono nelle case, convinti di essere al sicuro. È lì che le Ss li scovarono, li tirarono fuori e li uccisero con fucili e bombe a mano: alcuni nelle abitazioni, altri ammassati nella piazzetta del paese, davanti alla chiesa, e falciati a colpi di mitragliatrice. Tutti quelli che furono trovati, con poche eccezioni, vennero massacrati. Dopo l’eccidio le fiamme: le SS dettero fuoco alle case e ai cadaveri, tanto che solo 350 delle vittime poterono essere identificate. —

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