Il Tirreno

“La grande abbuffata” torna a teatro e provoca

Gabriele Rizza
“La grande abbuffata” torna a teatro e provoca

Dal celebre film di Marco Ferreri l’apologo antiborghese irriverente e allucinato approda al Fabbricone di Prato

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Gabriele Rizza

PRATO. Dimenticato non senza ripianti (ma i cineclub non ci sono più e la logica è ormai quella di centenari) Marco Ferreri firmò nel 1973 uno dei suoi capolavori: “La grande abbuffata”. Scritto insieme a Rafael Azcona, sorretto da quattro moschettieri del calibro di Mastroianni, Tognazzi, Noiret, Piccoli, il film è una disturbante allegoria della società del benessere condannata all'autodistruzione ma anche un saggio sugli intrecci fra eros e thanatos, il cibo e gli escrementi. Fischiato a Cannes dove fece scandalo, accusato di pornografia in anticipo su “Salò” di Pasolini, il film si prese una bella rivincita al botteghino, finendo di diritto nell'orbita dei cult movie. Ora, questo apologo antiborghese, irriverente e allucinato, si trasferisce in palcoscenico grazie a Michele Sinisi e Francesco Maria Asselta. Lo spettacolo, prodotto dallo Stabile pratese insieme a Elsinor, da domani a domenica è di scena al Fabbricone. La versione teatrale indaga soprattuto il rapporto fra un sistema votato all'abbuffata indiscriminata e senza soluzione di continuità di fatti, informazioni, prodotti, opinioni, e il corpo come organismo in grado di riprendere possesso del presente tornando alla sua esistenza fisiologica. Sinisi, che cura anche la regia, tiene conto dell'esperienza “privativa”, vissuta un po' da tutti noi, in questi ultimi mesi: «Durante il lockdown – dice - sono saltati i confini del concetto di rito, ricominciare come se nulla fosse successo è impensabile. Abbiamo accettato la violenza del teatro in streaming e non ci siamo resi conto che l'assenza del teatro era il teatro stesso. A questo punto si è reso necessario ripensare al linguaggio teatrale ed esplorare nuovi codici comunicativi». Su una scena volutamente disadorna, occupata da un tavolo da obitorio, una cucina rudimentale, uno schermo, tre celle di acciaio e un water issato su una pedana, assistiamo a una sorta di contaminazione tra palco e platea, in un divampare di segni e linguaggi, fra video, immagini prese in diretta da internet, jingle pubblicitari, file audio in dialetto pugliese diventati virali su WhatsApp. «Un’esplorazione continua – conclude Sinisi - dell’osceno che dialoga ironicamente con la narrazione televisiva, la fiction, la pornografia dell’immagine e, in sintesi, con il nostro presente. E così i personaggi che abitano la scena entrano ed escono dalla parte in continuazione, mettendo in discussione la trama, fanno e disfano battute e improvvisano ricordando allo spettatore di essere prima di tutto attori, impegnati in una ricerca creativa che va ben al di là della semplice finzione». Info www.metastasio.it —

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