Il Tirreno

Lo splendore dorato del Beato Angelico si arricchisce con la Pala di Bosco ai Frati

Gabriele Rizza
Lo splendore dorato del Beato Angelico si arricchisce con la Pala di Bosco ai Frati

Il capolavoro della metà del Quattrocento si può di nuovo ammirare al museo di San Marco a Firenze dopo il restauro  

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Gabriele Rizza

Immergersi nella luce dorata del Beato Angelico è esperienza emozionante quanto imperdibile. Le opere del padre fondatore del primo Rinascimento fiorentino, il pittore e frate domenicano che nel convento di San Marco visse e lavorò negli anni intorno al 1440 per affrescare gli spazi ristrutturati da Michelozzo su committenza medicea, trovano una uova epifania in quella che era la così detta “Sala dell’Ospizio” (conosciuta anche impropriamente come “Ospizio dei pellegrini”) ora definitivamente titolata “Sala Beato Angelico” a coronamento delle celebrazioni indette per i 150 anni del museo fiorentino.

Lo spazio, che ospita una inaudita serie di capolavori, dai monumentali “La deposizione di Cristo”, “Pala di Annalena”, “Tabernacolo dei linaioli”, “Pala di San Marco”, “Il giudizio universale”, “Il compianto sul Cristo morto” per finire con dipinti di dimensioni minori, vedi le tavole dell’ Armadio degli Argenti o le raffinatissime predelle e i preziosi reliquari, accoglie da oggi la “Pala di Bosco ai Frati”, restaurata grazie al contributo dei Friends of Florence. Per completare l’organico angelichiano manca solo il “Polittico francescano”, ancora in cura presso i laboratori dell’Opificio delle Pietre dure.

La “Pala di Bosco ai Frati” è da annoverare nel nucleo dei grandi capolavori all’interno della copiosa produzione dell’Angelico arrivata fino ai nostri giorni. Si tratta dell’ultima grande impresa su tavola dell’artista, eseguita con ogni probabilità alla meta del Quattrocento, in concomitanza con i pannelli dell’Armadio degli Argenti per la chiesa della Santissima Annunziata di Firenze, quando rivestiva l’incarico di priore del convento di San Domenico di Fiesole, prima di partire per Roma dove si sarebbe spento nel 1455. La pala infatti fu eseguita per la chiesa del convento francescano di Bosco ai Frati in Mugello, di cui i Medici erano patroni, che fu progettato dallo stesso Michelozzo.

La sua composizione è dominata dalla figura centrale della Vergine affiancata da due angeli, assisa non sopra un trono, ma su un singolare seggio completamente celato da un fastoso drappo dorato, con un cuscino sontuoso di lontano ricordo bizantino, anch’esso dorato. Ai suoi lati si schierano le figure dei santi, caratterizzate da un forte accento naturalistico, a sinistra San Francesco, Ludovico di Tolosa e Antonio da Padova, a destra il duo Cosma e Damiano più San Pietro martire.

«L’opera nel suo complesso – sottolinea Stefano Casciu, direttore regionale musei della Toscana – è una mirabile sintesi fra la sfarzosità di un’opera cortese e la semplicità francescana, sostenuta dall’inarrivabile preziosità della stesura pittorica. Il restauro, durato un anno, ha restituito i valori più sottili di questa tavola sontuosa e allo stesso tempo essenziale, che ancora una volta dimostra i legami sotterranei tra l’arte del Beato Angelico e le contemporanee esperienze della pittura fiamminga».

Il ritorno a casa di questo splendido dipinto aggiunge un pezzo fondamentale alla ineguagliabile esposizione monografica degli straordinari capolavori del frate pittore, che qui, nella sala che porta il suo nome, si dispiega in tutto il suo straordinario splendore. —

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di Redazione web