Il Tirreno

al cinema 

Tragedia greca e ritmo da thriller La seconda vita del cult “Old Boy”

Lorenzo Marchese
Tragedia greca e ritmo da thriller La seconda vita del cult “Old Boy”

A 15 anni dalla sua uscita torna nelle sale il film del coreano Park Chan-wook Un capolavoro che aprì la strada al successo dei film asiatici anche da noi

3 MINUTI DI LETTURA





Lorenzo Marchese

«È il film che avrei voluto fare io», pare che abbia affermato Quentin Tarantino quando, nel 2004, insignì insieme agli altri giurati del Festival di Cannes “Old Boy” di Park Chan-wook col Grand Prix Speciale della Giuria. Altri tempi, in cui il cinema sudcoreano raramente valicava i confini dell’Asia e non conosceva la legittimazione di pubblico e critica che oggi ha.

Lo spunto iniziale aveva tutto per catturare: Dae-su, un padre di famiglia qualunque, nel 1988 viene segregato misteriosamente in una stanza d’albergo, senza vedere nessuno e senza conoscere artefici e ragioni della propria prigionia. Altrettanto inspiegabilmente, viene liberato dopo quindici anni di carcere e indirizzato, da un misterioso mandante, a una vendetta contro chi lo ha catturato. Piace pensare che la coincidenza sia voluta: quindici anni dopo la prima distribuzione da parte di Lucky Red nel nostro paese, il film in questi giorni è tornato nei cinema italiani. Ridoppiato e rimasterizzato in 4K attraverso la scansione del negativo originale 35mm, con la supervisione del regista in un processo meticoloso durato circa un anno.

E “Old Boy” riappare in un panorama in cui la percezione del cinema d’autore asiatico è rovesciata. “Pietà” di Kim Ki-duk ha vinto nel frattempo il Leone d’Oro a Venezia nel 2012; “Parasite” di Bong Joon-Ho ha rastrellato premi fra Cannes nel 2019 e gli Oscar nel 2020. I tempi, insomma, sono più che maturi per riscoprire la pellicola di Park Chan-wook: e anche per liberarsi di alcuni equivoci che come segni del tempo lo incrostano.

Il primo equivoco è quello “tarantiniano”. L’uscita di “Kill Bill” in due capitoli (2003-2004) che in musiche, costumi, montaggio e situazioni mescolava omaggi al cinema asiatico degli anni Novanta e al kung-fu movie degli anni Settanta, potrebbe far pensare a una consonanza profonda fra il regista americano e Park Chan-wook. Ma se in Tarantino la violenza è estrema quanto è fumettistica e sostanzialmente inoffensiva, e pur fra abbondanti schizzi di sangue il tono oscilla sempre fra la commedia nera e il cinema di genere (non senza una certa malinconia), la violenza in “Old Boy” è più contenuta e realistica, mai indulgente: perciò spaventa. I passaggi scioccanti, fra denti cavati e tagli della lingua, sono evocati dal sonoro martellante e dal virtuosismo, mai così accentuato nel regista coreano, della cinepresa. Altre sequenze sconcertano più per l’icasticità che per la truculenza: quando Dae-su, uscito dalla sua prigione, maciulla un polpo vivo coi denti, la sua fame di vivere per un attimo è anche la nostra, e l’identificazione è inscindibile dall’orrore.

Proprio qui sta il secondo, grande equivoco di “Old Boy”: a quale genere appartiene? Non ingannino le scene di lotta, l’erotismo ferino e la tensione costruita seguendo Dae-su nella sua ricerca di vendetta: sono caratteri secondari, ma non bastano a definire il film come noir o d’azione, come generalmente, in siti e riviste specializzate, è riassunto. Man mano che si procede verso il finale, “Old Boy” si rivela una tragedia nella grande tradizione greca, a dimostrare che certe cose nascoste, sin dalla fondazione del mondo, non hanno confini né cultura: la violenza si tinge di sacro, i tabù guidano i destini dei personaggi, la vittima Dae-su e il suo carnefice si scambiano i connotati, avvicinarsi alla verità su se stessi conta più della vendetta, ma porta all’autodistruzione.

Il ritmo del thriller e la vertigine di un “Edipo re” coreano: non è mai troppo tardi per vederlo. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La manifestazione

Firenze, oltre 2.000 studenti in corteo: «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»

di Redazione Firenze