Sicurezza
“Ubik” apre il viaggio di riscoperta delle allucinate visioni di Dick
Le nuove traduzioni dei capolavori dell’autore cult. E Carrère gli dedica un saggio biografico
Fabio Canessa
Eugenio Montale, in una celeberrima poesia degli “Ossi di seppia”, immagina di smascherare l’inganno della realtà, sorprendendola durante una passeggiata: voltarsi di scatto, all’improvviso, potrebbe cogliere impreparata la natura illusoria del mondo. Che si mostra nuda e vuota alle sue spalle. Poi, cercando vanamente di rimediare, si accampano sullo schermo fittizio “alberi case colli” a restaurare la posticcia concretezza delle cose. Ma è troppo tardi e il poeta se ne va col suo segreto, «tra gli uomini che non si voltano». Ancor più sospettoso e diffidente di lui, Philip Kendred Dick (1928-1982) è diventato l’autore di fantascienza (ma l’etichetta è stavolta davvero riduttiva) più famoso dei nostri tempi sviluppando la medesima idea montaliana. Condividendo con il poeta ligure il “terrore da ubriaco” che deriva dall’inquietante dubbio nichilista.
Da “Blade runner” a “Minority report” passando da “Atto di forza”, il cinema degli ultimi decenni si è nutrito dei suoi incubi, fino ad arrivare alla trilogia di “Matrix”, impensabile senza l’idea dickiana che il mondo sia un inganno, una messinscena ordita da Dio, dalla natura o da qualche artificio maligno. Pur diventati quasi subito libri di culto, osannati da legioni di fan, i romanzi di Dick sono rimasti fino a oggi nell’ambito della letteratura di genere. Ora vengono finalmente sdoganati come opere d’autore, perché Mondadori ha deciso di ristamparli in un’apposita collana degli Oscar curata da Emanuele Trevi, con le nuove traduzioni di Marinella Magrì.
Come prima uscita è stato giustamente scelto il capolavoro “Ubik”, uno dei romanzi più significativi e sconvolgenti: la presa d’atto di un rovesciamento totale della visione del mondo, una variante impazzita del detto secondo cui l’inferno è sulla terra. Scritto nel 1969 e ambientato nei futuri anni Novanta, racconta l’avventura di una squadra di X-Men (chi usa la telepatia, chi è in grado di far tornare indietro il tempo) che, in una missione sulla Luna, cade in un’imboscata e perde il proprio leader. Da allora i sopravvissuti, tornati sulla terra, vivono in una dimensione allucinata: le sigarette sono ammuffite, il caffè acido e le monete fuori corso. Insomma, si muovono in un tempo che retrocede velocemente, deteriorando anche loro: li può salvare solo Ubik, un antidoto spray pubblicizzato come un toccasana universale. La sinistra atmosfera onirica, la potente fantasia visionaria e l’imprevedibilità dei colpi di scena ne fanno un classico della letteratura moderna. E anche dell’immaginario psichedelico anni Sessanta, nutrito da Lsd e dalla follia creativa più scatenata.
Per questo è stata un’ottima idea quella di far introdurre ogni volume della collana Mondadori a Emmanuel Carrère, abile romanziere parigino talmente influenzato da Dick da essere diventato il più fine biografo di questo Montale impazzito. Nel saggio-romanzo “Io sono vivo, voi siete morti” (pp. 351, Adelphi, 19 euro) tutto ruota intorno alla sublime “idiozia” secondo la quale «il reale non lo si può conoscere direttamente, poiché è filtrato dalla soggettività di ciascuno». Quasi una conseguenza del relativismo pirandelliano: se siamo uno, nessuno e centomila e la verità è solo una costruzione a posteriori dei singoli, allora significa che «ciò che chiamiamo realtà non è tale». Si tratta perciò di «un’illusione, un simulacro ordito da una minoranza per ingannare la maggioranza, o da una potenza esterna per ingannare tutti». Il racconto della vita nevrotica e ossessiva di Dick, rigorosamente documentato sulle testimonianze raccolte, diventa così una narrazione avvincente, che segue il biografato nella lucida esposizione di un’esistenza travagliata, percorsa dai brividi di una metafisica minacciosa e negativa, destinata a sfociare nella follia. —
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