Gioco
«I saggi di Longhi sull’arte m’incantano ancora Ricreo la mente con i gialli»
Gabriele Rizza
Piombinese, classe 1951, storico dell’arte, Antonio Natali entra nel 1981 alla Galleria degli Uffizi. Nominato direttore dal 2006 al 2015, mette a segno fra i tanti progetti la collana di esposizioni “La città degli Uffizi” e le mostre su Pontormo e Rosso Fiorentino. Numerose le sue pubblicazioni sul Quattro e Cinquecento toscano, con incursioni frequenti nel contemporaneo.
Il rapporto con i libri
«Non sono stato un gran lettore di romanzi – dice Antonio Natali – nemmeno di quelli che sono i picchi della letteratura straniera, russa, americana, tedesca. E me ne dispiaccio, nutrendone uno dei tanti sensi di colpa che ingolfano la mia vita. Semmai in gioventù ho coltivato la letteratura dell’Ottocento francese, privilegiando quei libri che con piglio spregiudicato scavavano nelle passioni, segnatamente indagandone le pieghe erotiche».
Le letture preferite
«Ho letto molto e talora quasi furiosamente saggi di storia dell’arte, specialmente quelli di bella scrittura, quelli cioè che ragionavano d’arte non già con la freddezza di chi della critica ha una visione accademica, bensì di chi nella lettura delle opere sa liberare il cuore, investendo tutto se stesso. In questo, Roberto Longhi è stato maestro assoluto. N’è prova sicura il volume curato da Gianfranco Contini per I Meridiani Mondadori, “Da Cimabue a Morandi”: volume in cui le parole sono dotate d’una forza evocativa a tal segno vibrante da rendere superflue le illustrazioni: più d’un migliaio di pagine di storia dell’arte senza nemmeno una figura. La scrittura di Longhi fu per me in età giovanile una rivelazione e insieme una vocazione».
Il libro della vita
«Torno su Longhi. Abituato a leggere saggi compilati con distacco didascalico e in un linguaggio senza slanci, quei suoi brani d’alta poesia, tutti votati a riflessioni critiche su opere d’arte figurativa, ebbero l’effetto d’una folgore inattesa. E tuttora m’incantano. Libro dunque che mi stordì, che m’ispirò nella scelta degli studi, a lungo tenuto sul comodino e da portarsi su un’isola deserta. E perciò libro della vita. Poi, cercherei di portare anche la Bibbia, sia per l’altezza dei suoi brani, ora di lirica soave, ora di poesia asciutta e scabra, sia per quel conforto spirituale ch’è presumibile sia indispensabile a rincuorare l’animo spaurito al cospetto della distesa sconfinata d’acque tutt’intorno».
Il libro distrazione
«Più che un libro, c’è un genere che riesce a distendermi e divertirmi. Quando ho voglia di ricreare la mente, la lettura dei gialli si mostra risolutiva. Devono però essere storie scritte senza perdere di vista la lingua e costruite con un estro che non sia banale. Sono tre gli autori italiani che, a mio gusto, soddisfano quest’esigenze: Andrea Camilleri col suo Montalbano, Maurizio Di Giovanni col commissario Ricciardi ma anche coll’ispettore Lojacono e i suoi agenti di Pizzofalcone e Antonio Manzini col vicequestore Schiavone, poliziotto anomalo e volgare, ma d’umanità generosa».
Il libro che non delude
«Con l’isolamento ho ripreso a leggere solo per il piacere di farlo, alternando la lettura funzionale, quella cioè imposta dalle necessità di studio, alla lettura in libertà. E ho cominciato con “I promessi sposi”. Il più bel libro di poesia che conosca. L’ho riletto con uno struggimento prolungato fino alla commozione, perché l’avevo tenuto in mano al tempo della quinta ginnasio. Anno per me terribile: mio padre aveva avuto il trasferimento al liceo Galileo e io da Piombino ero venuto a Firenze di malavoglia; e di malavoglia la città m’aveva accolto, come fa con tutti quelli che vengono di fuori. A Piombino avevo dovuto lasciare il primo casto e tacito amore per una compagna di classe e i tanti sport che praticavo. Voglia di studiare nessuna. All’esame di quinta ginnasio fui rimandato in latino, greco e italiano. Mio padre mi stette accanto per tre mesi, trascorsi quasi tutti a Piombino: la mattina mi dava i compiti, la sera ne controllava gli esiti. “I promessi sposi” li fece diventare la mia evasione. L’unica. Rileggerlo a quasi settant’anni è stato come se fosse lui a tenermelo aperto e a farmi cantare di nuovo nel cuore l’Addio ai monti». —
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