Il Tirreno

Carrère ora cerca se stesso, ma stavolta ci tradisce

Carrère ora cerca se stesso, ma stavolta ci tradisce

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L’ho aspettato come un adolescente aspetta l’ultima versione di Fifa. Più perché avevo apprezzato “Limonov”, “L’avversario” e “La settimana bianca” che per il casino montato in Francia: il nuovo libro scandalo di uno degli autori più in voga Oltralpe, con l’ex moglie che accusa il marito-scrittore di averla utilizzata senza permesso, brutalizzandone la privacy, in un testo-ossessione strettamente autobiografico. Stavolta però Emmanuel Carrère mi ha tradito. Ha tradito le aspettative. Sapevo già che con “Yoga” mi sarei imbattuto nelle peripezie narrative di uno scrittore con un ego spropositato che fatica a contenere, che si piace quando scrive, mette a nudo i suoi pensieri in un esercizio di onanismo narrativo, che scava con abilità dostoevskiana, a volte con crudeltà, all’interno della propria esistenza (il tema è il viaggio agli inferi e ritorno dell’autore alle prese con la depressione) e che questa volta cerca di farci partecipi di un dolore psichico che lo attraversa e lo paralizza. Lo fa raccontando di uno stage di Vipassana, la meditazione yoga, che è la via scelta per uscirne.

Ma a margine di quello che doveva essere, per sua ammissione, un volumetto, c’è l’attualità intima (il sesso con una sconosciuta), quella di cronaca, (l’attentato a Charlie Hebdo, di cui è un lettore sin da ragazzino), quella terzomondiale (l’incontro coi profughi sull’isola di Leros) e ancora quella relazionale-professionale (la morte del suo editore). Ne vien fuori un autofiction un po’ scontata, a volte banale, con qualche guizzo ma anche diversi stereotipi. Se la letteratura, come dice lo stesso Carrère, è un esercizio di verità, stavolta con “Yoga” lo scrittore si smarrisce, l’ego deborda nei luoghi comuni mettendoci di fronte un autore meno autentico di come lo avevamo conosciuto, perdendo il confronto con l’amico-rivale Houellebecq. Insomma, Carrére si dimostra più bravo e forse più vero a raccontare le vite degli altri piuttosto che la sua. Anche di fronte all’intimità della malattia.

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