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firenze: tobian art gallery 

Un nuovo immaginario dai capolavori dell’arte Ecco i collage di Cosci

G.R.
Un nuovo immaginario dai capolavori dell’arte Ecco i collage di Cosci

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FIRENZE. Il taglio dell’occhio di Buñuel (“Un chien andalou”, 1929) ha cambiato il modo di vedere il cinema: lo sguardo frantumato, la luce che si spegne e l’attraversamento dello schermo come finestra sull’inconscio. Qualcosa del genere, ma con più giocoso relativismo (anche se il lavoro di scomposizione e ricomposizione, di incastri e congiunzioni, è lungo e oltremodo faticoso) compie con i suoi “pezzi” di carta Cecilia Cosci, in mostra in questi giorni, fino al 19 giugno, alla fiorentina Tobian Art Gallery di via Maggio.

Il titolo “Tabù. Classico Contemporaneo” in realtà confonde un po’ le acque perché indica una strada, impegna e orienta la vista, negando quella sorta di anarchico smarrimento che la frattura, lucida e repentina, operata dall’artista provoca nell’osservatore. Forse, alla fine, più condizionato a “riconoscere” i modelli di partenza che a perdersi nel buco nero del loro annullamento. Perché di questo in fondo si tratta: della certosina, immaginifica pazienza con cui Cecilia Cosci imparenta i profili della perfezione, come accertata e riconosciuta dalla storia dell’arte, con le disuguaglianze, l’interferenza sfrontata di un gesto che sa di scarto, un gesto di natura futurista, quindi altamente liberatorio e, per quel che può valere oggi, anche diligentemente provocatorio.

Carta, cartone, forbici e colla diventano gli strumenti di un nuovo immaginario, ironico, divertito, riflessivo, onirico, che scalza certezze e rimuove sequenze. Il risultato è un’amplificazione del “già visto”, una caduta libera in quel processo di replica e moltiplicazione del “capolavoro” che il Novecento ha sperimentato come rinuncia all’unicità, smantellandone il peso e l’ingombro. E allora, come osserva Gianni Caverni nel catalogo, i collage di Cecilia Cosci «affrontano il problema della contemporaneità e del suo potenziale di iconoclastia, del recupero con occhi nuovi e altri bisogni, di digestione del patrimonio culturale». —G.R.

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